Il beverage è un comparto strategico per l’economia agroalimentare nazionale, come confermano i dati dell’ultima analisi di Nomisma, presentata lo scorso aprile a Verona in occasione di Vinitaly 2026. Il settore, esposto a continue pressioni daziarie e geopolitiche, si adatta ai nuovi modelli di consumo provando comunque a crescere, tra dinamiche contrastanti e crisi energetiche. Non si può prescindere, però, dalle trasformazioni culturali in corso, come non si può ignorare il cambiamento nei gusti. E allora bisogna adeguarsi, per non perdere competitività. E guardarsi intorno, per valutare i diversi mercati. Di questo, e molto altro, ne abbiamo parlato con Emanuele Di Faustino, Head of Industry & Retail della società di ricerca bolognese.
L’attuale scenario geopolitico impone inevitabilmente una riflessione sulla questione energetica. Un tema centrale per le imprese, che si trovano di fronte a difficoltà nella pianificazione, con un aumento dei costi e una diminuzione dei margini. Secondo lei, oggi la situazione è più difficile rispetto a quattro anni fa con l’inizio della crisi russo-ucraina?
«Negli ultimi dieci anni ci siamo abituati a convivere con un’incertezza diventata ormai la nuova normalità. Di conseguenza, le aziende devono imparare a gestire l’instabilità come un elemento strutturale del contesto in cui operano. A mio avviso, la crisi attuale è persino più grave di quella legata al conflitto in Ucraina. Quanto sta accadendo in Medio Oriente sta infatti generando un impatto ancora più significativo sui prezzi dell’energia, con ripercussioni a catena su numerosi settori strategici, tra cui trasporti e logistica, cruciali per un comparto fortemente orientato all’export come quello delle bevande. L’aumento dei costi energetici si traduce inevitabilmente in un incremento dei prezzi di molte materie prime collegate. Basti pensare al vetro, la cui produzione richiede un elevato consumo di energia, oppure al packaging in plastica, il cui valore è strettamente legato all’andamento del petrolio, da cui deriva. Sono diversi, dunque, i fattori che incidono sui costi operativi delle aziende».
E le imprese come riusciranno a gestire questi rincari?
«Nel breve periodo potranno probabilmente assorbirne una parte, ma nel medio termine saranno inevitabilmente costrette a trasferire tali aumenti sui prezzi finali. Se la crisi dovesse protrarsi, sarebbe quindi plausibile attendersi una nuova crescita dell’inflazione, con effetti evidenti anche sul carrello della spesa, bevande comprese. In un contesto di questo tipo, pianificare con precisione diventa particolarmente complesso per le aziende del settore beverage. Se a ciò aggiungiamo anche il tema dei dazi statunitensi, ritengo che la capacità di diversificare i mercati – in modo ampio e quanto più possibile flessibile – rappresenti oggi un elemento determinante per garantire solidità e capacità di adattamento. Naturalmente, non sempre si tratta di un obiettivo facilmente realizzabile: non è possibile spostare merci e strategie commerciali da un mercato all’altro nel giro di pochi giorni».

Un po’ come dire: troviamo un piano B per ovviare al mercato statunitense. Non è fattibile né immediato
«Gli USA sono un mercato troppo strategico per il settore delle bevande. Si tratta del principale Paese di destinazione del nostro export, un mercato di riferimento che, almeno nel breve periodo, risulta estremamente difficile da sostituire».
Dai dati presentati a Vinitaly, nella ricerca di Nomisma, emerge una riscoperta del mercato europeo…
«Analizzando i target dove l’export italiano di bevande supera i 90 milioni di euro, dobbiamo constatare che gli unici a mostrare una vivace crescita sono proprio i mercati europei.

In Europa (geografica) ci sono mercati molto interessanti, tra cui la Francia e la Svizzera, rispettivamente quarto e quinto mercato di destinazione del nostro export. In Francia, in particolare, il Prosecco continua a registrare tassi di crescita significativi, sostenuto dal forte e costante apprezzamento dei consumatori per il prodotto italiano. Altri mercati europei che stanno registrando una crescita della domanda di prodotti italiani sono Polonia (+19,6% la crescita dell’export di bevande nel 2025 vs 2024), Svezia (+8,5%) e Irlanda (+5,7%)».
E fuori dai confini regionali del Vecchio Continente?
«Il Canada rappresenta un mercato particolarmente interessante, soprattutto per il vino, anche grazie all’elevato potere d’acquisto dei consumatori. Inoltre, alcune province – come quelle francofone – presentano una cultura fortemente europea, nella quale il consumo di vino è ampiamente diffuso. Si tratta di un Paese caratterizzato da una solida stabilità geopolitica e da un’economia sana, elementi che lo rendono una destinazione strategica per il nostro export».
Anche gli Emirati Arabi sarebbero un’ottima destinazione, se non fosse per la collocazione geografica, oggi…
«Dubai, almeno prima del conflitto, aveva un’elevata quota di expat: chi si trasferisce lì per questioni lavorative non rinuncia ai piaceri. Lo stesso vale per il turismo. Di conseguenza, nel canale Horeca si è registrata negli anni una crescente domanda di vino e di altre bevande di importazione, tra cui Made in Italy».
Spostiamoci di nuovo a Ovest. Il primo maggio 2026 è entrato in vigore l’iTA, tra UE e Mercosur: potrebbe cambiare qualcosa, per l’export italiano di bevande?
«Sicuramente l’Accordo provvisorio rappresenta un’opportunità importante per le aziende italiane, anche perché, con gli anni, si assisterà a una riduzione progressiva dei dazi, sia sul vino che sugli spirits. Però c’è da dire che quel blocco (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay, ndr) presenta un approccio al consumo di vino e spirits profondamente diverso dal nostro, per ragioni legate sia al potere d’acquisto sia al fattore climatico».
Quali sono, invece, i mercati che stanno rallentando nelle importazioni italiane?
«Tra i principali mercati di sbocco, oltre agli Stati Uniti (che da soli intercettano il 22% dell’export italiano di bevande e che hanno registrato un calo della domanda di prodotti italiani del 7% tra il 2024 e il 2025) si osserva una flessione anche nelle esportazioni verso Germania e Regno Unito, rispettivamente secondo e terzo mercato di destinazione. La Germania attraversa una fase di recessione e si conferma un mercato fortemente price-driven; nonostante ciò, rimane centrale per il settore, con un valore dell’export pari a circa 1,6 miliardi di euro nel 2025, seppur in lieve diminuzione rispetto all’anno precedente. Considerazioni analoghe valgono per il Regno Unito, dove il prezzo rappresenta un fattore determinante. Anche in questo caso si tratta di un mercato di grande rilevanza economica, con un export pari a circa 1,1 miliardi di euro nel 2025, ma in calo significativo nell’ultimo anno (-6,9%)».