Birre analcoliche, è davvero un trend?

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La sensazione è che quello del trend delle birre analcoliche sia più un percepito che un dato reale, tangibile

Lo scorso novembre mi trovavo in giuria alla tredicesima edizione del Brussels Beer Challenge, concorso birrario internazionale tra i più prestigiosi al mondo per numero di birre iscritte, per loro provenienza e per la composizione della giuria stessa. Confesso di essere un felice habitué della competizione, tuttavia quella di quest’anno mi ha riservato alcune sorprese. Di norma, ai concorsi si assaggiano le birre suddivise per categoria o stile: le pils e le stout, ma anche le Italian pilsner e le oatmeal o chocolate stout. Non importa il luogo di produzione, conta l’appartenenza alla categoria. Esiste ovviamente anche una categoria riservata alle birre analcoliche dove, come è facile da intuire, non è tanto lo stile a contare quanto, appunto, la gradazione alcolica. Solitamente si trattava di una decina circa di campioni, quest’anno invece mi sono trovato di fronte una prima batteria di 27 birre 0,0% vol e, il giorno successivo, una quindicina di birre che andavano dagli 0,1% vol agli 0,5% vol. E, il mio, non era l’unico tavolo di giuria a confrontarsi con quella che, considerando i numeri del passato, sembrava una vera e propria esplosione del segmento delle birre genericamente intese come alcohol free. Se non altro almeno, il segno evidente che nel “campo da gioco” delle birre genericamente intese come analcoliche fossero entrati anche numerosi birrifici di piccole dimensioni conoscendo la loro storica partecipazione al Brussels Beer Challenge.

Un numero così elevato di questo tipo di birre mi ha ricordato quanti articoli e sondaggi, nell’ultimo anno, hanno parlato del trend delle birre analcoliche. Ne cito un paio al volo: “il boom della birra analcolica: un terzo dei consumatori italiani la preferisce a quella tradizionale” (Gambero Rosso, maggio 2024); “bere una birra senza alcol è sempre meno strano” (Il Post, settembre 2025). Articoli che rimandano comunque a ricerche di mercato come quella di Global Insight Services che parla di un mercato mondiale delle birre analcoliche di 21,6 miliardi di dollari destinato a crescere fino a 36,4 miliardi entro il 2034. Con un tasso di crescita annuo attorno al 5,5%. Insomma, articoli, ricerche di mercato e sondaggi sembrano andare tutti nella stessa direzione: quello delle birre analcoliche è il prossimo treno da prendere.

Eppure… Eppure l’ultimo Annual Report di Assobirra rilevava che il segmento delle birre “Low – Non Alcoholic” è passato in 8 anni da un 2,03% del 2016 a un 2,11% del 2024, mentre quello delle cosiddette “Speciali”, nello stesso periodo di tempo, è cresciuto da un 8,38% a un 13,57% e sono numerosi i gestori di locali che raccontano come, sì, la birra analcolica sia richiesta ma raramente riordinata. Per certi versi sembra di ascoltare le previsioni del tempo degli ultimi anni che ti spiegano come la temperatura ambientale sia di X gradi ma quella percepita è di Y. E io ho la sensazione che quello del trend delle birre analcoliche sia più un percepito, e per molti aspetti anche un indotto a essere percepito, più che un dato reale, tangibile. Non ho la sfera di cristallo ma l’esperienza mi ha fatto capire, nel corso degli anni, come certe tendenze di mercato non nascano dal basso, ovvero dai consumatori, ma piuttosto dall’alto, ovvero dalle aziende protagoniste del mercato. Oppure da una momentanea infatuazione per un certo tipo di bevanda come la kombucha o gli hard seltzer, entrambi almeno nel mercato italiano incapaci di uscire da una ristrettissima nicchia di consumatori. Tutte opzioni o strategie in alcuni casi perfettamente legittime sia chiaro, ma il fatto è, a mio avviso e con riferimento specifico alle birre analcoliche, che il nostro non è un Paese di forte consumo alcolico – di birra ma nemmeno di vino se è per questo -, lo siamo invece di acqua minerale (primi in Europa e secondi al mondo alle spalle del Messico nel 2024 secondo CSA Research). Inoltre fenomeni preoccupanti in altri Paesi come quello del binge drinking non appaiono costituire, fortunatamente, un problema diffuso dalle nostre parti. A questo aggiungiamo anche che la birra ha normalmente un contenuto alcolico moderato, attorno ai 5% vol per le classiche lager, e che esiste una categoria, definita “session”, per la quale il grado alcolico è ancora inferiore. Infine, ma in questo caso il mio giudizio è ampiamente soggettivo, la maggior parte delle birre analcoliche provate al Brussels Beer Challenge assomigliavano molto di più a delle bevande sodate e aromatizzate che a qualunque idea si possa avere della birra. Di conseguenza con competitor di peso contro cui giocare la “partita”. Allora la mia domanda finale non è tanto se quello delle birre analcoliche sarà un trend destinato a crescere e a durare nel tempo – ne riparliamo nel 2034 magari -, ma se ha senso per così tanti birrifici investirci tempo e risorse.

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