Forse non è un caso che agli inizi degli anni ‘90 due testi musicali molto popolari mettano in scena visioni radicalmente diverse del legame e dell’identità, parlando a generazioni differenti. In Freedom! ’90 l’affermazione centrale è la non-appartenenza: l’identità si fonda sull’autonomia, sulla separazione, sulla possibilità di esistere senza essere posseduti. In T’Appartengo, al contrario, il legame è costruito come promessa reciproca, come appartenenza dichiarata, come patto che rassicura e vincola.
Non si tratta di una differenza stilistica o morale, ma di una cesura simbolica. Due linguaggi coevi raccontano a due generazioni due modi diversi di stare al mondo: da un lato, l’esperienza come apertura, rischio e distanza; dall’altro, la relazione come garanzia, continuità, conferma. In questa opposizione, volutamente teatrale, si può forse leggere in anticipo il passaggio dall’esperienza alla sua gestione, dal mondo al mercato, dalla libertà come esposizione alla relazione come forma di fidelizzazione.
Siamo di fronte alla traduzione in chiave pop di un cambio di paradigma culturale, abbiamo ballato al ritmo del passaggio dall’esperienza alla customer experience e non l’abbiamo ancora interiorizzato. Solo che il rischio è di parlare una lingua che non appartiene a questo mondo, ma a un altro.
Raccontare una socialità da tavoli di legno segnati, da risate un po’ scomposte, da serate in cui nessuno guarda l’ora perché l’unica unità di misura è il giro successivo, fare da piattaforma abilitante relazioni che, però, hanno i codici di una convivialità che dà per scontata la continuità, perché questo fa ancora quasi sempre la birra, significa abitare un tempo che non è quello contemporaneo. L’idea veicolata dalla birra che invita a lasciarsi andare a un flusso indeterminato, che dice restiamo finché capita, vediamo come va, parliamo di tutto e di niente, non parla alla Gen Z che abita il tempo in modo diverso.
Il punto non è il rifiuto del legame, ma la modalità con cui questo legame si rende vivibile trasformandosi in socialità conviviale. Si tratta di un tempo che si manifesta in un ambiente dove il tempo sociale non è più unitario, ma stratificato. Mentre si è con qualcuno, si è anche dentro flussi paralleli: chat attive, notifiche, gruppi, contenuti che scorrono. Non è distrazione cronica; è una condizione strutturale. La presenza fisica non è mai l’unico canale relazionale aperto in quel momento. La birra su questo crinale sta facendo molta fatica perché sembra non accettare l’idea che non si tratta di mancanza di magia ma di una strategia di orientamento. La spontaneità esiste ancora, ma raramente è “cieca”, è spontaneità informata.
In questo scenario, però, certi rituali conviviali “fuori tempo” non sono semplicemente residui del passato, ma possono diventare zone franche dal regime della performance e della curatela. Non alternative al sistema, ma valvole di decompressione al suo interno.
La convivialità è un folkway e, come tale, cambia con il costrutto sociale di cui è parte e, quindi, la distanza non è tra birra e Gen Z, ma tra due idee di convivialità. Lo stare insieme cambia e cambiano i modi di descriverlo e di spiegarlo; non capirlo significa essere costantemente fuori contesto, fuori tempo, fuori luogo.
Siamo ancora nella fase di assestamento, e probabilmente ci resteremo a lungo.