C’è un’immagine, semplice e potente, che riassume l’anima di un progetto nato per ridare senso e profondità a un vino spesso raccontato per approssimazioni: un grappolo di Lambrusco sorretto tra le mani, come si farebbe con qualcosa di prezioso e fragile. Quando quella fotografia è comparsa sul tavolo di un piccolo gruppo di produttori modenesi e reggiani nell’estate del 2024, ha offerto più di un nome: ha dato forma a una visione. Così sono nati I Custodi del Lambrusco, un’associazione voluta da chi il Lambrusco lo produce, lo vive e lo difende, convinto che questo vino meriti un racconto diverso, più contemporaneo e più aderente alla sua natura.

Fabio Altariva, produttore e agricoltore, con sei anni di esperienza da consigliere nel Consorzio Tutela Lambrusco, è oggi il Presidente e la voce di questa comunità. Un ruolo che interpreta con equilibrio: «Non parlo a nome mio, ma per conto di tutti. Siamo custodi nel senso più pieno: proteggerci a vicenda, ma anche sfidarci a fare meglio. Il mio compito è servire questa visione, non guidarla». Una responsabilità che nasce da un passaggio decisivo – l’uscita di oltre trenta Cantine dal Consorzio Tutela Lambrusco nel 2024 – e dalla necessità di non disperdere l’aggregazione territoriale fondamentale per conservare la storia e l’identità comune locale, costruita in anni di lavoro.
L’Associazione come presidio identitario
A detta del Presidente, il valore dell’Associazione sta nella sua autenticità e l’ambizione dei Custodi è chiara: riqualificare il Lambrusco e delinearne un’identità solida e riconoscibile, anche e soprattutto al di fuori dei confini nazionali, attraverso un approccio formativo più che commerciale che parta dalla filiera, si estenda alla comunicazione e arrivi fino al consumatore finale. «Il nostro è un movimento nato dal basso, da chi lavora la terra e vinifica ogni giorno con passione – spiega Altariva -: siamo produttori, vignaioli, agronomi, enologi, tutti innamorati del nostro territorio». L’aspirazione di questo progetto collettivo è trasformare il modo in cui il Lambrusco viene percepito, cambiando la considerazione internazionale di “un rosso frizzante dalle potenzialità enormi, ma ancora prigioniero dei cliché”. «Il Lambrusco deve liberarsi da vecchie letture: è un vino generoso, diretto, godereccio e versatile. È semplice, ma non banale, e la sua identità è duplice: ha radici fortissime nella tradizione e, allo stesso tempo, possiede una naturale vocazione alla contemporaneità. È il vino della convivialità per eccellenza, ma anche della sperimentazione».
Il nome dell’associazione nasce insieme a un’intuizione. «Quando la socia Silvia Zucchi ci ha mostrato la foto di un grappolo racchiuso tra le mani, abbiamo messo a fuoco che i custodi eravamo tutti noi. Tra le varie opzioni, dunque, questo appellativo ci è sembrato il più centrato fin da subito».
Una prospettiva inclusiva e territoriale
La fase di avvio è stata rapida e misurata e in pochi mesi il gruppo si è ampliato. «Siamo partiti con una manciata di produttori, come esponiamo nel nostro Manifesto, ma stiamo crescendo. Al momento siamo a quota 27 aziende e la nostra produzione complessiva annua è di circa 3 milioni di bottiglie. Stiamo costruendo una rete dove la dimensione dell’impresa conta meno del suo impegno per la filiera e della visione condivisa: per questo preferiamo selezionare le realtà socie con criterio». Non una raccolta indiscriminata di adesioni, quindi, ma una cernita fondata su principi precisi: innanzitutto qualità delle uve e dei processi, ma anche responsabilità ambientale e coerenza tra dichiarazioni e pratiche produttive. Le aziende associate devono essere agricole, con una filiera sotto controllo e votate al miglioramento continuo. «È necessario dimostrarsi pronti al confronto, capaci di mettersi in discussione. Poi valutiamo il percorso, l’impegno e la rispondenza tra parole e azioni». L’associazione non tutela solo alcune tipologie o denominazioni: la sua prospettiva è inclusiva, territoriale. «Salvaguardiamo in primis l’areale in cui si sono sviluppate le nostre Cantine, quindi i vigneti e tutte le espressioni e declinazioni di Lambrusco della nostra area, tutte dalle caratteristiche organolettiche uniche. Esse devono essere valorizzate e sostenute a prescindere dai disciplinari, senza gerarchie, distinzioni o rigide classificazioni. Un concetto chiave su cui lavorare è che non tutti i Lambrusco sono uguali e che ogni varietà racconta un frammento di questa zona». Una visione che mette al centro il valore educativo e identitario del vino.
Strumenti, azioni e comunicazione
Nei primi mesi di attività, l’Associazione ha lavorato soprattutto sulla definizione della propria identità. «Il Manifesto, il piano di comunicazione, il nostro modo di presentarci al pubblico: sono strumenti con cui stiamo costruendo una nuova modalità di raccontare il Lambrusco», afferma Altariva. Il Manifesto, nello specifico, frutto di un lavoro collettivo, discusso e approvato dal direttivo nel febbraio 2025, racchiude in otto punti i valori e gli obiettivi dei Custodi. È una specie di carta di identità, un riferimento interno che regola scelte, azioni e prospettive, e la sua prima presentazione pubblica tenutasi il 31 marzo 2025 ha segnato l’ingresso ufficiale del gruppo sulla scena nazionale. Parallelamente, i Custodi si sono affacciati agli eventi, alle degustazioni e agli incontri con il trade, e l’intenzione è di continuare su questa strada. «Il prossimo passo sarà intensificare la presenza sul mercato, sia interno sia internazionale, con collettive, tasting guidati, collaborazioni con sommelier e ristoratori. Vogliamo andare dove il Lambrusco oggi è sottovalutato e farlo conoscere in modo nuovo». Fondamentale sarà l’apertura del territorio ai visitatori, per raccontare di persona la propria storia aziendale, mostrare ciò che accade realmente nelle Cantine e nei vigneti e restituire autenticità all’esperienza.
Il Lambrusco che verrà
Oltre che per l’espansione e il rafforzamento della base sociale, il futuro dell’Associazione passa ora, soprattutto, per il consolidamento della reputazione del Lambrusco. Obiettivi che Altariva sintetizza così: «Ambiamo a far crescere la base associativa, continuare a raccontare il nostro vino in modo autorevole, costruire un apprezzamento internazionale». Non solo migliorare la percezione esterna, ma anche la mentalità interna, dunque: superare l’idea che il Lambrusco debba restare un vino da due euro per essere sostenibile e diventare un punto di riferimento credibile per chi cerca qualità. La sfida più grande, secondo il Presidente, rimane quindi quella culturale. «Dobbiamo continuare a formare, raccontare, mostrare e fare assaggiare». Il suo sogno è ambizioso e semplice: «Che un giorno, accanto ai grandi nomi del vino italiano, si pronunci il Lambrusco con rispetto e convinzione. Trasformarlo da prodotto sottovalutato a irrinunciabile». Un’aspirazione che guarda al futuro dei giovani produttori, alla possibilità che considerino il Lambrusco un vino degno delle tavole più importanti del mondo. E la soddisfazione più grande? «Quella che verrà», pronuncia Altariva con una nota di fiducia. Nel frattempo, bastano piccoli segnali a confermare la direzione, come una bottiglia di Lambrusco stappata tra amici e finita troppo in fretta, o lo stupore di chi scopre per la prima volta un vino che credeva di conoscere.