La strategia per il mercato unico UE è volta a rimuovere alcuni aspetti che lo indeboliscono. Nel settore packaging i due più grossi freni sono l’incoerenza delle norme in materia di rifiuti da imballaggio e l’etichettatura ambientale con obblighi e simboli diversi tra gli Stati membri. Ne abbiamo parlato con il dottor Francesco Legrenzi, Direttore dell’Istituto Italiano Imballaggio e Amministratore Delegato di Packaging Meeting.
Quali sono i punti salienti della sua carriera professionale?
Mi sono laureato in giurisprudenza presso l’Università degli Studi di Milano. Nel 1991 ho assunto l’incarico di Responsabile Ufficio Legale dell’Istituto Italiano Imballaggio lavorando come consulente esperto di aspetti legislativi e normativi in ambito packaging, materiali a contatto con gli alimenti e diritto alimentare. Dal 2019 sono Direttore dell’Istituto e di Amministratore delegato di Packaging Meeting Srl. Sono affiancato da un validissimo gruppo di collaboratori e consulenti esterni. Insieme definiamo il programma di formazione e aggiornamento professionale Packaging Education. Coordino inoltre l’attività di supporto e consulenza alle aziende associate e ai non soci che si rivolgono a noi per perizie e consulenze tecniche.
Il valore dell’associazionismo
Come si può definire l’Istituto Italiano Imballaggio?
L’Istituto Italiano Imballaggio è nato a Padova nel 1951 come divisione dell’Ente Fiera e fin dagli esordi si è dedicato al supporto di produttori, utilizzatori e operatori commerciali nel settore del packaging, coinvolgendo al contempo esperti provenienti dall’ambito tecnico-scientifico. Da sempre si occupa di raccogliere e diffondere dati sull’andamento del settore, fornendo informazioni e formazione, oltre a promuovere un’intensa attività convegnistica. Nel 1957 viene istituito l’Oscar dell’Imballaggio, oggi conosciuto come Best Packaging. È un riconoscimento annuale che premia produttori e aziende utilizzatrici di imballaggi. Il premio si focalizza sulla valutazione degli aspetti tecnologici del packaging, sulla facilità di utilizzo per il consumatore e sulla sostenibilità delle soluzioni adottate. Nel 1982, la sede dell’associazione si sposta a Milano. Con il continuo sviluppo, l’Istituto sfrutta l’opportunità di farsi conoscere e integrarsi nel circuito internazionale, evolvendosi in una “packaging community” organizzata e dinamica. Oggi è un punto di riferimento tecnico e culturale per l’intera filiera. Fornisce alle aziende un aggiornamento professionale altamente qualificato attraverso le iniziative di Packaging Meeting e Only Food, oltre a un servizio di consulenza specializzata in ambito regolatorio e tecnico.
Che valore ha questa forma di associazionismo?
Il principale punto di forza dell’Istituto consiste nella sua vasta diversificazione a livello settoriale, dimensionale e generazionale. I risultati ottenuti sono il frutto dell’impegno e della dedizione di tutti i collaboratori, interni ed esterni, del contributo dei numerosi Presidenti che si sono succeduti nel corso degli anni e dell’apporto di tutti gli associati. I progetti realizzati, così come quelli in corso, sono il risultato di un ascolto costante e attento nei confronti di questi ultimi. Questo dimostra come la collaborazione e il lavoro di squadra conducano a risultati eccellenti.
Come l’ascoltare gli associati orienta la vostra attività?
Adottiamo un approccio proattivo con l’obiettivo di anticipare le tendenze emergenti. Per farlo, partecipiamo attivamente a reti professionali, eventi di rilevanza nazionale ed internazionale, nonché a fiere specializzate. Il dialogo continuo con i tecnici aziendali, che ci descrivono le sfide complesse affrontate quotidianamente, costituisce per noi un elemento essenziale per affinare e ottimizzare la nostra proposta. Ci impegniamo a promuovere l’indipendenza operativa dei tecnici. A tal fine, a breve adotteremo un innovativo strumento basato sull’intelligenza artificiale. È in fase di sviluppo e formazione da diversi mesi e il rilascio è previsto nelle prossime settimane. Questo nuovo tool permetterà alle aziende di fare ricerche mirate e riorganizzare facilmente il materiale informativo.
Cosa vi chiedono le aziende?
La formazione che offriamo, prevalentemente erogata tramite webinar e corsi online, riveste un notevole interesse, si concentra su discipline inerenti alla legislazione generale e di settore, con particolare attenzione ai comparti alimentare, cosmetico e farmaceutico. Inoltre, dedichiamo ampio spazio a questioni di attualità, affrontandole preventivamente rispetto al loro pieno emergere. Tra questi temi spiccano la sostenibilità ambientale, la sicurezza, l’economia circolare e l’adozione di nuove risorse, come per esempio il processo di digitalizzazione di numerose procedure previste dalle normative recenti e la loro integrazione in maniera sostenibile con i sistemi esistenti. L’Istituto, inoltre, gestisce e aggiorna la banca dati Wikipackaging, un prezioso strumento informativo e offre un servizio di help desk. Quest’ultimo rappresenta un supporto qualificato fornito dai nostri consulenti senior, finalizzato a risolvere problemi di varia natura o a rispondere a quesiti concernenti aspetti tecnici e normativi.
L’Europa chiede alle aziende di cambiare
Quali sono le principali leggi che cambieranno il settore packaging nei prossimi mesi?

Il settore packaging europeo sta affrontando la più grande trasformazione normativa degli ultimi 30 anni. I nuovi regolamenti coprono l’intero ciclo di vita dell’imballaggio, dalle materie prime allo smaltimento dell’imballaggio che ha assolto il proprio compito. Anche le innovazioni ecocompatibili sono sempre più regolamentate per garantirne i requisiti di sicurezza. Ai consueti adempimenti correlati all’utilizzo dei materiali destinati al contatto con gli alimenti, mi riferisco per esempio a test di migrazione, dichiarazione di conformità, GMP, tracciabilità ed etichettatura, si aggiungono i molti adempimenti in materia di sostenibilità. Il pensiero va subito al Regolamento UE sugli imballaggi (PPWR), ma non è l’unico: ci sono anche EPR (Responsabilità Estesa del Produttore) rafforzata, divieti su alcuni formati e nuovi obblighi su riciclabilità, riuso e reporting. Il Regolamento sugli imballaggi e sui rifiuti di imballaggio mira a ridurre le quantità da smaltire e a promuovere contenitori riciclabili o riutilizzabili. Le aziende devono allinearsi al Piano d’azione per l’economia circolare, incentrato sulla prevenzione dei rifiuti e sull’uso efficiente dei materiali. Le norme relative all’eco-design incoraggiano la riduzione dei materiali, l’impiego di monomateriali per un riciclo più semplice, restrizioni più severe sulla plastica monouso, migliore tracciabilità, standard di riciclabilità migliorati, etichettatura più chiara per informare puntualmente i consumatori sulla gestione dei rifiuti, superando la attuale frammentazione nazionale. I tempi di transizione brevi obbligano le aziende ad agire rapidamente. La responsabilità estesa del produttore pone l’onere finanziario e operativo del recupero dei rifiuti di imballaggio sul produttore.
Quali sono le principali difficoltà lamentate dalle aziende?
La complessità delle normative, la necessità di disporre di esperti specializzati in conformità regolamentare, l’eterogeneità della documentazione fornita dai partner commerciali e la difficoltà di sviluppare processi di conformità razionali e strutturati senza compromettere i sistemi preesistenti rappresentano alcune delle principali sfide. Allo stesso modo, l’adozione di nuovi strumenti digitali per la gestione della conformità, volti a ottimizzare i processi di certificazione, organizzare la documentazione e monitorare in tempo reale eventuali variazioni normative, introduce ulteriori complessità operative. Tuttavia, queste difficoltà, se affrontate in maniera strategica e con un’adeguata gestione, possono trasformarsi in un’opportunità di evoluzione delle imprese. Per garantire una crescita sostenibile, infatti, l’innovazione non è solo una possibilità, è vero e proprio prerequisito imprescindibile. L’impegno verso la sostenibilità non è solo una necessità imposta da pressioni esterne, ma un vero e proprio motore di sviluppo e competitività nel contesto economico contemporaneo.
Si lavora ad un’etichetta unificata che faciliti la raccolta differenziata dei rifiuti da imballaggio e che ponga meno problemi alle aziende che distribuiscono in più Paesi UE. Come e quando si arriverà a questo risultato?
L’attuale strategia della Commissione Europea punta a semplificare il funzionamento del mercato unico, rimuovendo alcuni degli ostacoli che impediscono la libera circolazione delle merci. Tra questi la mancanza di uniformità nelle normative relative ai rifiuti da imballaggio e alla loro etichettatura. Nella UE esistono ancora troppi personalismi e troppe azioni intraprese dai singoli Stati, che allontanano da questo obiettivo. Prendo a titolo di esempio il caso della Francia e del logo Triman. Le imprese che esportano in Francia hanno finora dovuto adattare gli imballaggi per conformarsi alle normative locali e con ogni probabilità questa situazione persisterà fino al 2028. In tale anno, infatti, è previsto l’allineamento delle informazioni relative allo smaltimento dei rifiuti tra tutti i Paesi membri dell’Unione Europea. Noi, insieme a numerose altre associazioni europee, collaboriamo con Europen per individuare, limitare o impedire nuove iniziative che potrebbero compromettere l’unità del mercato unico, causando un aumento dei costi per le imprese. Numerose imprese attive prevalentemente nei mercati nazionali manifestano preoccupazione riguardo ai rischi operativi, legali ed economici connessi all’obbligatoria modifica delle etichette prevista entro il 2028. Al momento non disponiamo di dati sufficienti per quantificare i costi derivanti da tale cambiamento. Questo aspetto non rientra tra i parametri monitorati dal nostro Istituto.
Dall’alto o dal basso
Nella UE l’evoluzione del packaging è sempre stata forzata dalle norme, in altri continenti l’industria precede il legislatore. A cosa si devono questi differenti comportamenti?
La differenza non è casuale: nasce da strutture economiche, culturali e istituzionali profondamente diverse tra UE e i grandi Paesi oggi protagonisti dei mercati internazionali. Il packaging è uno dei casi più “didattici” perché è all’incrocio tra ambiente, industria e consumo. Innanzitutto, la filosofia normativa: in Europa prevale il principio precauzione, mentre altrove, mi riferisco soprattutto a USA o Asia prevale il mercato. La UE ha un approccio dall’alto verso il basso. Il legislatore stabilisce l’obiettivo, l’industria si adegua con maggiore o minore sforzo. La maggior parte dei Paesi extra UE ha invece un approccio dal basso verso l’alto. Le aziende innovano, il legislatore ne prende atto o talvolta le rincorre. Un secondo fattore da considerare è la struttura industriale molto più frammentata in Europa rispetto ad altri Paesi. Per esempio, in USA l’innovazione è trainata dal mercato e dalle aziende private che innovano per differenziarsi. Si introducono nuovi materiali sostenibili, packaging biodegradabili o soluzioni di riuso per rispondere alla domanda di consumatori consapevoli o per migliorare la propria immagine rispetto alla concorrenza. Anche in Asia e America Latina stanno affermando i principi EPR (Extended Producer Responsibility) ma l’industria è comunque più veloce nell’adottare misure di ecodesign indipendentemente dalle leggi. Abbandonare i modelli di imballaggio tradizionali e sviluppare sistemi che mettano al centro equità e circolarità è considerato, in queste aree, un’opportunità strategica. Supermercati e rivenditori stanno spontaneamente ampliando l’offerta di prodotti sfusi, favorendo il ritorno a pratiche basate sul riutilizzo dei contenitori. Anche i decisori politici seguono con interesse queste tendenze, introducono normative coerenti e incentivano investimenti in infrastrutture orientate al riutilizzo, alla ridistribuzione e a catene del freddo più efficienti.

Una accusa spesso rivolta al settore packaging è la tendenza ad implementare soluzioni a breve termine per risolvere piccoli problemi urgenti, trascurando uno scenario di lungo periodo. Concorda con questa affermazione?
La vera innovazione nel packaging richiede tempi lunghi e investimenti importanti. Le soluzioni facili non sono la normalità. Mi riferisco per esempio al passaggio ai monomateriale ready to recycle per il packaging flessibile, il settore ci lavora da diversi anni. Lo stesso vale per i coating o le bioplastiche. Come in ogni altro comparto, le soluzioni veloci sono utili nell’immediato ma nel lungo periodo possono creare problemi, ostacolare la crescita e limitare la capacità di innovare. Poca innovazione significa perdita di valore strategico e in casi estremi indebolimento della struttura aziendale. Per molte aziende raggiungere un’alta percentuale di imballaggi riutilizzabili, riciclabili o compostabili non è un obiettivo, è una strategia da perseguire coinvolgendo l’intera catena del valore degli imballaggi. Solo così si arriva ad imballaggi che garantiscono la massima protezione del prodotto e il minor impatto ambientale possibile.
Molti consumatori tuttora lamentano un uso eccessivo di materiali di imballaggio a scapito della sostenibilità. Come si migliora la percezione dell’utilità del packaging?
Le fake news sono una delle grandi sfide che il comparto deve affrontare, non soltanto nei confronti dei consumatori ma anche di parte della stampa generalista o di associazioni ambientaliste. La comunicazione rivolta ai consumatori dovrebbe essere meno generica, trattare argomenti in linea con le loro preoccupazioni, informare sulle conseguenze ambientali di una cattiva gestione degli imballaggi e proporre soluzioni per ridurre il loro impatto. La comunicazione dovrebbe riflettere con autenticità ciò che l’azienda realizza concretamente.
Il futuro
Come collaborate con enti pubblici e istituzioni?
Siamo parte di diverse associazioni internazionali, tra cui Epic, Europen e WPO e abbiamo attivato un percorso advocacy per portare le competenze tecniche dell’Istituto Italiano Imballaggio a Ministeri e altri Stakeholders, quando necessario.
Oggi la formazione nel settore packaging è in prima battuta affidata agli ITS e alla contestuale o successiva esperienza in azienda. Sarebbe necessario qualche cosa di più articolato?
Vorremmo riproporre un’educazione universitaria, per supportare le imprese che sono alla disperata ricerca di personale con una formazione di base nel settore, che tuttavia non esercita alcuna attrazione sugli studenti, nonostante le importanti opportunità di occupazione. Grazie all’impegno della Fondazione Carta etica del Packaging si sta portando il packaging all’interno dell’alta formazione universitaria, ma il processo è lungo e oneroso.
Su cosa si concentrerà l’Istituto Italiano Imballaggio nei prossimi due anni?
Implementeremo il supporto alle imprese associate, seguendo le richieste del mercato. Negli ultimi anni abbiamo allargato la base associativa in settori fino a pochi anni fa poco presidiati quali il cosmetico e il farmaceutico e i prodotti di alta gamma, che stiamo approcciando in questo periodo. In relazione ai nuovi progetti, ci troviamo prossimi al passaggio di Presidenza previsto per il prossimo giugno. Prima di allora vorremmo aver completato i numerosi progetti in corso. Poi, in collaborazione con la nuova Presidenza, si procederà a valutare quali nuovi ambiti esplorare.