Il progresso della civiltà ha portato a una dimensione sempre più globale anche dei sistemi agroalimentari, con risvolti non solo positivi.
La definizione di un sistema agroalimentare è oggi quanto mai complessa, con una serie di fattori ed elementi, tra cui le trasformazioni alimentari, in relazione tra loro secondo dinamiche difficili da controllare e prevedere.
La resilienza viene indicata da molti come una proprietà emergente del sistema, diretta conseguenza, direi, dei crescenti eventi avversi che il sistema si trova ad affrontare. Il cambiamento climatico è sicuramente uno dei principali fattori di destabilizzazione del sistema, ma le relazioni geopolitiche sovrastano, definendo, governando, influenzando e purtroppo anche sconvolgendo la stabilità delle filiere agroalimentari. La resilienza fa parte dell’umanità e i conflitti hanno sempre stimolato (e finanziato) la ricerca e l’innovazione anche nel nostro settore, accelerando il raggiungimento di risultati che, sono sicura, sarebbero comunque stati raggiunti. Forse il processo di sterilizzazione commerciale non sarebbe mai stato sviluppato da Nicolas Appert se non fosse stato offerto un premio da Bonaparte a chi avesse saputo trovare il modo di fornire alimenti conservati e sicuri alle truppe francesi impegnate nelle campagne napoleoniche? In realtà, vista l’importanza strategica dell’invenzione, il procedimento venne mantenuto segreto finché, nel 1810, lo scienziato poté scegliere tra un brevetto e un premio in denaro. Forse l’industria degli alimenti disidratati non si sarebbe sviluppata se non ci fossero state le guerre mondiali con l’esigenza di rifornire i soldati di cibo conservabile a lungo e leggero? Forse non si sarebbero valorizzate o scoperte materie prime locali per sostituire quelle non più reperibili o divenute proibitive per i prezzi? Possiamo per questo riconoscere dei meriti ai conflitti?
Tutti i conflitti non possono che aggravare le crisi alimentari. Lo abbiamo chiaramente visto con il conflitto Russia-Ucraina e i suoi effetti su olio di girasole, orzo, mais e frumento. Lo vediamo con il conflitto in Medio Oriente. Anche qualora risultasse risolto al momento della pubblicazione di questo editoriale, non saranno risolti i suoi catastrofici effetti globali su disponibilità, accessibilità ed economicità del cibo. Con il blocco dello Stretto di Hormuz, in alcuni paesi si è tornati a dirottare produzioni ad esclusivo uso alimentare per la produzione di energia come surrogati del petrolio. Per quello stretto, oltre al petrolio, passa circa un terzo dei fertilizzanti commercializzati a livello globale. Per i non addetti ai lavori è difficile immaginare le conseguenze che si avranno sulle coltivazioni e sulla sicurezza alimentare anche ben lontano dai luoghi e tempi del conflitto.
Un lavoro scientifico del 2025, su una rivista internazionale di alta qualità, analizza gli effetti dei rischi geopolitici sulle filiere globali di approvvigionamento, con particolare riferimento al conflitto russo-ucraino. Tra le conclusioni, gli autori sostengono che i governi dovrebbero mantenere la pace e rafforzare la cooperazione. Paesi e aziende dovrebbero sviluppare ecosistemi di supply chain resilienti in grado di rispondere e adattarsi velocemente ai rischi. Gli importatori dovrebbero diversificare i fornitori dei beni essenziali, mentre gli esportatori dovrebbero assicurare produzioni e logistica. Bisognerebbe rafforzare la cooperazione multilaterale anziché il protezionismo.