Il panorama europeo dell’industria del malto tra il 2019 e il 2024 rivela un mercato caratterizzato da una solida stabilità, con una crescita moderata nel periodo considerato (Figura 1). Osservando i dati complessivi, nel 2019 l’Europa si attestava su una capacità produttiva di poco inferiore ai 10 milioni di tonnellate, subendo una lieve flessione nel 2020 a causa delle restrizioni imposte dalla pandemia. Tuttavia, questa battuta d’arresto è stata solo temporanea: già dal 2021 il settore ha ripreso vigore, chiudendo il 2024 con un incremento complessivo che sfiora il 3% rispetto ai livelli pre-pandemia.

Il cuore pulsante dell’industria rimane la Germania, con volumi superiori a 2,1 milioni di tonnellate lungo tutto il periodo e una quota pari a circa il 20,8% del totale europeo nel 2024. Seguono Regno Unito e Francia, che insieme alla Germania rappresentano il nucleo centrale della capacità maltaria continentale (Figura 2).
Tra i produttori intermedi emergono dinamiche differenziate. Il Belgio ha vissuto un 2024 eccezionale, superando per la prima volta nel periodo considerato la soglia simbolica del milione di tonnellate. L’Irlanda, invece, pur partendo da volumi più contenuti, ha registrato una crescita percentuale particolarmente importante, passando da appena 91.000 tonnellate nel 2019 a 170.000 nel 2024 e arrivando quasi a raddoppiare la propria capacità produttiva nell’arco di sei anni.

Altri paesi, come Polonia, Spagna, Repubblica Ceca e Paesi Bassi, mostrano invece una maggiore stabilità, contribuendo alla tenuta complessiva del sistema europeo. La stabilità osservata in numerosi paesi europei suggerisce come il comparto maltario continentale non sia soltanto una questione di grandi volumi produttivi, ma anche il risultato di una rete articolata di filiere nazionali capaci di adattarsi alle fluttuazioni economiche e ai cambiamenti del mercato brassicolo.
Alla base della sostanziale tenuta del comparto vi è anche l’evoluzione del mercato birrario europeo. Negli ultimi anni il settore ha dovuto confrontarsi con l’aumento dei costi energetici, la volatilità delle commodity agricole e il cambiamento delle abitudini di consumo, segnate dalla crescita delle birre low e no alcohol e dalla continua diversificazione dell’offerta brassicola. In questo contesto, il malto continua a rappresentare un elemento strategico per l’industria birraria europea, sia sotto il profilo produttivo sia in termini di innovazione delle produzioni.
La capacità maltaria italiana
Nel panorama europeo del malto, l’Italia rappresenta una quota relativamente contenuta, con una capacità produttiva che nel 2024 si colloca poco sopra le 83.000 tonnellate, pari a meno dell’1% del totale europeo. Oltre alla ridotta dimensione del comparto, il sistema nazionale continua a caratterizzarsi per una forte concentrazione della capacità produttiva e per una limitata presenza di malti speciali, elementi che contribuiscono a mantenere elevata la dipendenza dall’approvvigionamento estero.

Osservando l’evoluzione temporale emerge infatti un andamento piuttosto regolare. Dopo una fase di crescita progressiva tra il 2015 e il 2019, quando la produzione italiana di malto è passata da circa 70,5 mila a 81.000 tonnellate, il settore ha mantenuto livelli sostanzialmente stabili anche negli anni successivi, nonostante le difficoltà legate alla pandemia, all’aumento dei costi energetici e alla volatilità dei mercati agricoli. Nel 2024 si registra anzi il valore più elevato dell’intera serie considerata (Figura 3).
Questa dinamica suggerisce la presenza di una filiera maltaria nazionale relativamente piccola in termini dimensionali, ma caratterizzata da una sostanziale continuità produttiva nel corso dell’ultimo decennio. Permangono tuttavia elementi di criticità legati alla capacità di soddisfare integralmente la domanda interna, come evidenziato dal crescente ricorso alle importazioni di malto. In tale contesto, assume particolare rilievo il rafforzamento delle relazioni tra malterie, birrifici e produzioni agricole specializzate, soprattutto nell’ambito delle filiere brassicole orientate alla valorizzazione dell’origine delle materie prime.
La distribuzione delle malterie in Italia

La localizzazione delle malterie italiane, comprensive dei grandi siti produttivi industriali e di realtà medio-piccole e micro, evidenzia una distribuzione piuttosto concentrata in alcuni specifici territori della penisola. Gli impianti risultano prevalentemente collocati nelle aree del Centro-Nord e lungo alcune direttrici produttive del Mezzogiorno, con presenze significative tra Emilia-Romagna, Veneto, Marche, Puglia e Basilicata (Figura 4).
Più che una diffusione omogenea sul territorio nazionale, emerge una geografia produttiva fortemente influenzata dalla presenza di aree cerealicole specializzate, dalla disponibilità di competenze tecniche consolidate e dalla prossimità ai principali poli di trasformazione. In particolare, alcune aree del Mezzogiorno, caratterizzate da una consolidata vocazione cerealicola, stanno mostrando un interesse crescente verso la coltivazione dell’orzo da malto. Tale orientamento è riconducibile sia alla presenza di competenze storiche nella cerealicoltura sia alla ricerca di produzioni in grado di garantire una maggiore remunerazione rispetto ad altre colture cerealicole tradizionali. In aggiunta, l’analisi della distribuzione territoriale evidenzia la forte concentrazione della capacità produttiva nazionale in pochi operatori industriali, mentre le iniziative sviluppate nell’ambito delle filiere artigianali rappresentano ancora una componente limitata e circoscritta del comparto.
Contributo realizzato nell’ambito del progetto LOB.IT (Masaf, D.M. n. 667550; 30/12/2022)