La carriera di Gabriele Picchi potrebbe essere descritta come una traiettoria che non si è imposta tramite rotture o svolte improvvise, ma che si è definita nel tempo per stratificazione, come accade ai suoli più vocati: progressiva e coerente, ricca di passaggi decisivi maturati all’interno di un contesto che non è mai stato solo professionale, ma profondamente identitario. Nato a Broni (PV) nel 1979, Picchi appartiene a una generazione che ha vissuto il vino prima come esperienza quotidiana e, solo successivamente, come scelta consapevole. I vigneti non sono stati scoperti, ma abitati fin dall’infanzia; la cantina non è stata vissuta come un luogo di lavoro da apprendere, ma come uno spazio familiare in cui riconoscersi. «Crescere in una famiglia di viticoltori, dove si coltivano vigneti e dove si produce vino da generazioni, mi ha permesso di scoprire ed esprimere la mia passione fin da piccolo», racconta. La scelta di studiare Agraria, e poi Enologia all’università, è stata una conseguenza naturale. Da questo legame originario hanno preso forma una visione operativa e un approccio professionale che non hanno mai separato tecnica e territorio, competenza e memoria, e che già da tempo si traducono in un ruolo di primo piano alla guida di una delle realtà cooperative più rappresentative dell’Oltrepò Pavese.
Tra radici, memoria e formazione
Nel racconto della sua infanzia, l’enologo a capo di Cantina Torrevilla fa emergere una dimensione concreta, basata su esperienze dirette e ripetute, più che su episodi simbolici. «Ho impressi nella memoria i lunghi pomeriggi di gioco a nascondino in mezzo alle vigne e i momenti dopo la scuola con i nonni tra i filari o sul trattore, nell’orto o in cantina». Un insieme di immagini che restituiscono il senso di una familiarità precoce con il lavoro rurale, interiorizzato fin da subito nelle sue logiche. «Da bambino ho conosciuto i ritmi agricoli e li ho fatti miei: questo scenario ha contribuito a costruire il mio rapporto con il territorio e con le famiglie dei viticoltori locali. Un legame che è rimasto centrale nella mia attività ed è diventato uno dei motori del lavoro svolto negli anni per la crescita qualitativa dei vigneti e dei vini dell’Oltrepò Pavese».

Anche la formazione si è sviluppata come un processo continuo e progressivo: «Ho sempre esplorato questa strada, ho studiato e vissuto in questo mondo, quindi, non ci sono stati momenti di rivelazione particolari». Gli studi agrari, tuttavia, hanno rappresentato un passaggio fondamentale: «Mi hanno insegnato ad essere agricoltore in modo consapevole». L’ingresso in Torrevilla, nel 2003, dà il via a un percorso interno costruito per gradi. «In origine mi sono occupato di consulenze nelle aziende agricole dei soci», spiega Picchi, sottolineando come questa fase iniziale sia stata determinante per comprendere le dinamiche di una realtà cooperativa. Il lavoro sul campo, a contatto diretto con aziende spesso simili a quella di provenienza, gli ha poi consentito di mettere in pratica le conoscenze acquisite e di sviluppare una visione concreta del sistema.
Migliorare la qualità complessiva
I primi dieci anni in azienda sono stati caratterizzati da una formazione continua: «Dapprima in laboratorio, dove ho approfondito la parte analitica, poi in cantina, affiancando il precedente direttore. Via via che imparavo il mestiere mi veniva lasciato sempre più spazio». Il passaggio alla direzione generale avviene nel 2016, a 37 anni, al termine di un percorso di progressiva responsabilizzazione. «Devo ringraziare il Presidente Barbieri e tutto il CDA per la fiducia: il loro sostegno è stato, ed è tutt’oggi, determinante». Da quel momento, l’obiettivo del Direttore generale si è concentrato sulla crescita qualitativa della produzione, un percorso che ha portato, qualche anno dopo, alla definizione del progetto La Genisia, basato sulla selezione dei migliori Cru di Cantina Torrevilla e sulla valorizzazione delle specificità territoriali. «Questa realtà incarna oggi l’equilibrio tra identità cooperativa ed eccellenza produttiva, ovvero uno dei nodi centrali del mio lavoro». Il modello, nello specifico, si nutre e cresce grazie all’impegno dei soci che valorizzano le peculiarità legate al terroir di ogni singolo vigneto e si fonda su un dialogo costante tra Cantina e viticoltori, sostenuto da un sistema di supporto tecnico e formativo, oltre che di coordinamento, di un team di professionisti messo a disposizione dalla Cooperativa, al fine di costruire un percorso condiviso di crescita e miglioramento in cui ogni conferitore contribuisce alla qualità complessiva.
Sempre più attività e riconoscimento
Nello specifico le basi del progetto La Genisia affondano in una visione sviluppata già nei primi anni Duemila: fin da allora l’obiettivo è stato costruire una consapevolezza diffusa delle reali potenzialità del territorio. Un processo che non si è imposto dall’alto, ma si è evoluto in modo graduale, coinvolgendo generazioni diverse: «Abbiamo iniziato con i padri dei nostri soci e oggi lavoriamo con i figli: è stata un’evoluzione naturale». Parallelamente, anche all’interno della struttura aziendale si è consolidato un gruppo di lavoro giovane e preparato, inserito progressivamente e sostenuto da una linea di continuità strategica voluta dal consiglio di amministrazione, elemento che, secondo Picchi, ha fatto la differenza. «La stessa fiducia che mi era stata accordata dieci anni prima, nel tempo l’abbiamo accordata a nostra volta anche a una giovane generazione di colleghi che ha permesso una significativa accelerazione del progetto. Abbiamo raggiunto livelli qualitativi che ci hanno permesso di essere collocati dalla critica nazionale e internazionale tra le migliori aziende del territorio, e questo riconoscimento non riguarda solo il prodotto, ma l’intero sistema costruito negli anni». A ciò si affianca un ampliamento delle attività, sia in termini di accoglienza sia di modalità di racconto, con l’introduzione di strumenti innovativi come la realtà virtuale, per l’esplorazione dei vigneti durante visite ed eventi. «Il riconoscimento da parte degli addetti ai lavori e i risultati della rassegna stampa rappresentano una grande soddisfazione per noi, a conferma della direzione intrapresa». In questo quadro si inserisce anche Il Portale Oltrepò, progetto promosso da Torrevilla: «La nostra è un’azienda del territorio e per il territorio, che pone sempre attenzione alla valorizzazione d’insieme dell’area di riferimento».
Pinot Nero MC: la massima espressione

Nel delineare il profilo dell’Oltrepò Pavese, Picchi evidenzia una complessità spesso fraintesa, ovvero che il territorio sia di certo estremamente vocato per la viticoltura, ma che, negli ultimi 50 anni, sia stato espresso in tanti modi diversi: una pluralità che, se da un lato testimonia la ricchezza del contesto, dall’altro ha generato una certa frammentazione. In tale scenario, l’enologo individua nel Pinot Nero – in particolare nella versione Metodo Classico – il punto di massima espressione qualitativa dei vigneti. «Questo vino rappresenta l’eccellenza che può raggiungere il nostro areale. Sento particolarmente “mia”, infatti, tutta la gamma dei Pinot Nero, sia i Metodo Classico che i rossi: sono i vini che fin dall’inizio della mia carriera mi hanno appassionato, e quelli che abbiamo sviluppato maggiormente». La qualità, ricorda, nasce sempre da un lavoro preciso sulla selezione tra i filari: «La perfezione va ricercata in ciò che la natura può dare in determinate condizioni di microclima e terroir, e che il vignaiolo può far esprimere attraverso la cura sapiente della vigna». Un metodo che nel tempo è coinciso con scelte tecniche concrete, come la zonazione, l’ammodernamento della cantina per la produzione del Metodo Classico e del Pinot Nero e la costruzione di un team altamente qualificato, che si confronta costantemente dal punto di vista tecnico e umano. A guidare Picchi nel suo lavoro quotidiano sono l’operosità, la dedizione, la cura, la meticolosità e la puntualità in ogni attività: «Si tratta di valori operativi che definiscono uno standard preciso sia in vigna sia in cantina; rappresentano la base sulla quale costruiamo la qualità finale di ogni vino». Tra le sue figure di riferimento, l’enologo cita il Professor Leonardo Valenti, con cui il rapporto si è mantenuto nel tempo: presenza significativa lungo tutto il percorso di studi e professionale, oggi Valenti è coinvolto come consulente principale proprio nel progetto La Genisia.
Un successo personale e collettivo
Nel dicembre scorso Picchi è stato eletto “Enologo dell’Anno” da AIS Lombardia, riconoscimento inaugurato proprio in quell’occasione e dedicato ai professionisti che hanno saputo contribuire in modo significativo allo sviluppo qualitativo del vino nel proprio territorio di riferimento. Una gratificazione che, per lui, ha superato la dimensione individuale: «Un premio così prestigioso mi onora per il lavoro svolto, ma vorrei che venisse interpretato come un riconoscimento dello sviluppo dell’intera area produttiva, dal momento che tanti sono gli enologi e le aziende – con il supporto del Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese – che si stanno impegnando per la crescita della qualità e per la promozione dei vini locali». Un punto di vista che riflette una concezione collettiva del successo, legata al contributo di imprese, tecnici e istituzioni. E guardando al futuro dell’Oltrepò Pavese, Picchi individua, come obiettivo, proprio il consolidamento di un sistema coeso: «Aspiro a un territorio sempre più compatto nella produzione di vini di grande qualità, con un vigneto ben distribuito e in crescita. Siamo in una fase intermedia ora, ma con il Consorzio stiamo sviluppando tanti progetti con coerenza, pazienza e visione. Sono stati anni difficili, eppure oggi il gruppo di aziende che sta cercando di valorizzare l’areale attraverso il Classese, il nostro Metodo Classico, sta lavorando compatto. Da produttore, da enologo, da Direttore della cantina e da padre, penso che il mio fine ultimo sia quello di lasciare, a chi farà dopo di me questo mestiere, una zona riconosciuta per la produzione di eccellenti Pinot Nero, con il Classese noto in tutto il mondo».