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Le mie certezze vacillano… un po’ come quando mi ritrovo a volere descrivere e differenziare un sottoprodotto, da un coprodotto o da un prodotto upcycled

Lo so che farei una figura migliore a non dirlo, ma è come quando, un po’ di tempo fa, stavo cercando di aiutare mia figlia più grande a comprendere la differenza tra le espressioni “condizione necessaria” e “condizione sufficiente”. Primo, mi sono ritrovata io a essere quella a cui la figlia cercava di spiegare. Secondo, contenta finalmente di avere assimilato il concetto (che peraltro dovrebbe essere annidato in qualche angolo del mio cervello insieme, purtroppo, a tante altre nozioni apprese e messe da parte), alla domanda “avere due zampe è condizione necessaria o sufficiente per essere gatto?”, le mie certezze vacillano di nuovo. Un po’ come quando mi ritrovo a volere descrivere e differenziare un sottoprodotto, da un coprodotto o da un prodotto upcycled.

Il termine co-prodotto non risulta definito da regolamenti specifici, e potrebbe essere confuso con il sottoprodotto. Elemento comune, entrambi sono sostanze o prodotti che derivano da un processo produttivo senza esserne il prodotto finale voluto. Un co-prodotto può essere completamente recuperato avendo un proprio valore commerciale, quindi caratterizzandosi come prodotto secondario del processo produttivo.

La differenza qui con i sottoprodotti è molto sottile. Si potrebbe sottolineare che il sottoprodotto necessita di qualche minimo processo di trattamento per un suo riutilizzo che può anche essere parziale, mentre il co-prodotto, se idoneo al consumo umano nel rispetto dei regolamenti e standard igienici applicabili, è un prodotto, semplicemente non il prodotto primario del processo, come la crusca o il germe del grano.

Il termine up-cycling, infine, è diventato di grande moda negli ultimi anni, ma non è altro che un termine nuovo per dare nuovo lustro a pratiche che poi tanto nuove non sono. La traduzione in italiano è difficile e decisamente meno attraente del termine inglese, perché va usata una perifrasi per indicare un’operazione di conversione di un materiale di scarto in nuovi prodotti di valore superiore. Si tratta in realtà di uno dei possibili destini di un sottoprodotto. In ambito alimentare, ingredienti e prodotti upcycled elevano cibi o residui che sarebbero scartati, a impieghi più nobili con benefici evidenti per l’ambiente e per la società. 

Gli Stati Uniti sono pionieri nella certificazione dei prodotti upcycled, con il programma Upcycled Certified® stabilito nel 2019 dalla UFA (Upcycled Food Association). Il programma può certificare ingredienti upcycled con almeno il 95% di contenuto upcycled, e prodotti finiti upcycled con almeno il 10% di contenuto upcycled, ottenuti nell’ambito di filiere verificabili. Dando un’occhiata all’ultima e terza edizione dello standard di certificazione (giugno 2025), tra i requisiti tecnici per la certificazione, ovviamente al primo posto, la sicurezza igienico-sanitaria del prodotto o dell’ingrediente. Fondamentale la dimostrazione che l’upcycling riduca la quantità di food loss o food waste, ponendosi, quindi, alternativa all’invio in discarica, rete fognaria, smaltimento in suolo, incenerimento, compostaggio / digestione anaerobica, mangimistica o processi biochimici per la produzione di beni durevoli. Il sito UFA riporta che il “food upcycling” è una tradizione antica basata sulla filosofia di usare tutto quello che si ha, e in particolare di valorizzare il più possibile gli alimenti per l’alimentazione umana.

Serviva una certificazione per incentivare un qualcosa che dovrebbe essere la normalità?

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