Il sistema packaging secondo Gentlebrand

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packaging Gentlebrand

Oggi la competizione nei beni confezionati non si misura più soltanto sulla performance del contenuto. Si misura sulla capacità del sistema prodotto di costruire significato, differenziazione e coerenza industriale. In questo scenario il packaging non è più un supporto tecnico, ma un’infrastruttura strategica che connette produzione, marca e mercato.

Gentlebrand, realtà del Gruppo Tetra Laval, si occupa di progettazione di packaging per i Fast Moving Consumer Goods. Spiega Andrea Rizzardi, Direttore di Gentlebrand: «Tali prodotti sono commodities, molto più di qualsiasi altro prodotto. E sono inscindibili dal packaging, dal vestito, sia per questioni logistiche, sia e sempre più per questioni di differenziazione». In un mondo di prodotti qualitativamente simili, il packaging diventa la discriminante che il cliente vede, incontra, tocca. Aggiunge Rizzardi: «Se il prodotto è, per definizione, replicabile, il sistema packaging diventa il primo elemento di differenziazione. E questo, per un produttore, non è una questione formale, è innanzitutto un cambio di paradigma industriale».

Dalla fabbrica alla marca, dalla marca al linguaggio

Per comprendere il ruolo attuale del packaging occorre leggere l’evoluzione del brand. Osserva Rizzardi: «Nel primo Novecento dominava la fabbrica. Il valore era nella produzione in sé. Negli anni Novanta si è affermato il concetto di marca come garanzia di qualità. Oggi il brand ha superato entrambe le dimensioni: non certifica soltanto, interpreta. Non si limita a distinguere, esprime. Il marchio è diventato un linguaggio non verbale».

Il packaging entra in questo scenario come strumento semiotico, come dispositivo di significato. È il primo oggetto tangibile che veicola un messaggio. La scelta a scaffale non è più soltanto una valutazione comparativa di prezzo e prestazioni. È un atto identitario. «È scientificamente provato che le emozioni ricoprono un ruolo chiave nella selezione di qualsiasi cosa che noi andiamo ad acquistare» osserva Rizzardi. Questo impone un salto di qualità progettuale. Non basta progettare un contenitore “premium”. Occorre definire un codice coerente con il target e con il posizionamento competitivo. La “premiumness” non è un effetto estetico, è coerenza di un sistema.

Andrea Rizzardi

Packaging su misura: la coerenza come metodo

La definizione di “packaging su misura” non rimanda a un’estetica ricercata ma a un metodo progettuale. L’ispirazione sartoriale è una metafora di precisione: ogni progetto nasce dall’analisi del contesto competitivo, del target, delle aspettative culturali e delle condizioni produttive. «Non si parla più solo di estetica, non basta solo più il bel contenitore. Serve un contenitore linguisticamente coerente con il target audience», sottolinea Rizzardi.

Il concept non è un esercizio creativo avulso dalla produzione. Deve già integrare un’elevata percentuale di ingegnerizzazione. Questo riduce il rimbalzo di responsabilità tra design, stampatore e produzione. Il packaging, in questa logica, è design industrialmente realizzabile: creatività che tiene conto di linee di riempimento, pressioni di tappatura, compatibilità dei materiali, normative e filiere di recupero. La differenza non è stilistica, è strutturale.

Un esempio concreto è il progetto ZELDA Smartweight di Gentlebrand, in cui l’alleggerimento non è una semplice sottrazione di materiale, ma una riprogettazione delle tensioni strutturali della bottiglia. La grammatura viene ottimizzata senza compromettere stabilità, performance lungo la supply chain e percezione qualitativa a scaffale. È sostenibilità progettata, non dichiarata.

Sostenibilità: oltre la dicotomia materiale buono/materiale cattivo

Per un’azienda che si occupa di packaging, il dibattito sulla sostenibilità dei materiali è inevitabilmente centrale. Dichiara Rizzardi: «Il dibattito contemporaneo tende troppo alla semplificazione: si sono identificati materiali “buoni” e materiali “cattivi”. Ma la lettura non può essere così banalizzante, perché la sostenibilità è qualcosa di estremamente complesso».

Rizzardi propone una lettura diversa della questione: «Esiste il materiale opportuno per ogni progetto, la tecnologia meno impattante per il prodotto che sto trattando a seconda del singolo caso. Non c’è in assoluto il bene o il male. Più concretamente: la questione non è demonizzare il PET o glorificare il compostabile. È valutare shelf life, compatibilità con le filiere di recupero, costi, impatto sistemico. Un materiale apparentemente virtuoso può generare nuove criticità se introdotto in quantità massive in ecosistemi non preparati ad assorbirlo». La sostenibilità è, in questa ottica, un esercizio di equilibrio tra performance, sistema industriale ed ecosistema in cui il prodotto viene distribuito e consumato. Non può essere ridotta a una mera questione di percezione.

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