Vedere l’invisibile

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Alitest offre al mercato nazionale due strumenti complementari per il
monitoraggio rapido della contaminazione

Quando una linea di imbottigliamento produce migliaia di bottiglie all’ora, ogni ora che passa senza rilevare una possibile contaminazione significa migliaia di unità potenzialmente compromesse già pronte per la distribuzione. Il problema non è teorico: può essere la realtà di chi gestisce impianti di bevande, vino, acque minerali, succhi, cocktail pronti. Le analisi microbiologiche tradizionali – accurate, certificate, irrinunciabili – restituiscono i risultati in 48-72 ore. In quel lasso di tempo, molti colli sono già stati prodotti, confezionati, spediti, a volte venduti. È su questo divario tra velocità produttiva e tempi di risposta diagnostica che lavora Alitest, azienda con sede a Viadana (MN), attiva dal 1998 nel settore della sicurezza alimentare, storicamente radicata nel lattiero-caseario e oggi sempre più presente nel food&beverage e nell’imbottigliamento. Distributore ufficiale per l’Italia dei test Charm Sciences (bioluminometro novaLUM II-X e relativa linea di tamponi), Alitest ha recentemente aggiunto al proprio portafoglio un secondo strumento che si affianca al bioluminometro novaLUM II-X: la lampada UV portatile BioDtex, per il rilevamento visivo immediato di biofilm, residui organici e contaminanti su superfici e impianti.

Due strumenti, una logica di screening

Il bioluminometro novaLUM II-X è già noto ai lettori di questa rivista: misura la presenza di ATP (adenosina trifosfato) su superfici e liquidi tramite una reazione di bioluminescenza, fornendo in pochi secondi un valore numerico (RLU, Relative Light Units) che indica il livello di residuo organico. Non distingue tra batteri, calcare o detergente non risciacquato, ma certifica in modo quantificabile se una superficie è effettivamente pulita dopo i cicli di sanificazione. Il dato viene registrato con ora, data e posizione, creando una reportistica consultabile e utile in caso di audit.

La lampada BioDtex, il prodotto che oggi Alitest porta sul mercato italiano come rappresentante unico, agisce con una logica diversa ma complementare: è uno strumento leggero ed ergonomico di ispezione visiva che emette raggi UV attraverso 16 LED, rendendo fluorescenti le sostanze organiche, i residui chimici, il calcare e – dato rilevante – il biofilm che normalmente è invisibile a occhio nudo. Il risultato è immediato e diretto: l’operatore indossa gli occhiali protettivi forniti in dotazione, punta la lampada sulla superficie e, nel caso, vede le contaminazioni. Non c’è un numero da interpretare, non c’è un software da consultare: c’è una colorazione che appare dove c’è qualcosa da pulire.

«La lampada è uno strumento di screening puro – spiega Domenico Ferreri, Amministratore Unico di Alitest -. Non certifica nulla in senso assoluto ma rende visibile quello che non vedresti mai a occhio nudo. Un operatore può illuminare le canaline, le griglie di aerazione, i raccordi, i piani di lavoro, le pareti, tutto. E se trova qualcosa di anomalo, a quel punto si approfondisce con il bioluminometro o con i tamponi microbiologici. È un primo filtro che non ha uguali in termini di semplicità d’uso e lettura».

Il biofilm: un rischio che non si vede

La lampada BioDtex è uno strumento leggero ed ergonomico di ispezione visiva che emette raggi UV attraverso 16 LED

Uno degli aspetti che Ferreri sottolinea con più insistenza è la capacità della lampada BioDtex di rilevare il biofilm – quella pellicola di microrganismi che si forma sulle superfici in presenza di umidità e che, una volta insediata, è difficile da rimuovere con una semplice pulizia superficiale. Il biofilm appare con una colorazione verde sotto la luce UV. La sua presenza non è necessariamente indice di una contaminazione catastrofica, ma segnala con precisione dove intervenire prima che il problema si aggravi. «Il biofilm si trova spesso in punti in cui nessuno pensa di guardare. Rilevarlo con il bioluminometro o prima ancora con la tecnologia BioDtex richiede tempi brevi e operazioni semplicissime». La tecnologia BioDtex non nasce per il food&beverage: le sue origini sono nei mega-silos dell’industria alimentare in polvere, dove lampade di grandi dimensioni vengono utilizzate per individuare microfessure nelle pareti in acciaio – le crepe invisibili dove i batteri si annidano con maggiore facilità. La miniaturizzazione in formato portatile ha reso lo stesso principio applicabile in qualsiasi stabilimento produttivo, a costi accessibili.

Caratteristiche operative della lampada BioDtex

Dal punto di vista operativo, la BioDtex è progettata per l’uso industriale quotidiano. Pesa circa 500 grammi, è antiurto, ha un’autonomia di 4,5 ore per batteria (fornita con due batterie intercambiabili) ed è dotata di un display con telecamera integrata che consente di scattare fotografie delle aree ispezionate. Le immagini vengono scaricate via USB/Bluetooth e archiviate, permettendo all’azienda di costruire nel tempo un registro fotografico delle criticità rilevate e di monitorare l’evoluzione di punti specifici.

Un elemento distintivo rispetto ai sistemi di misurazione ATP è l’assenza totale di consumabili: la lampada non richiede tamponi, reagenti né calibrazioni frequenti. L’unica manutenzione prevista è una verifica annuale dell’intensità dei LED, effettuata con uno strumento dedicato che certifica il corretto funzionamento dell’emissione. «È uno strumento che si acquista una volta e funziona. Non ci sono costi ricorrenti, non ci sono accessori obbligatori. Questo lo rende sostenibile anche per realtà di dimensioni medio-piccole». A differenza di molti sistemi UV, la BioDtex può essere utilizzata anche in condizioni di luce ambiente, purché a distanza ravvicinata dalla superficie analizzata. Questo elimina la necessità di oscurare i locali durante le ispezioni, facilitando l’integrazione nel flusso di lavoro ordinario.

L’utilizzo combinato: dalla lampada al bioluminometro

Il protocollo operativo che Alitest suggerisce ai propri clienti prevede l’utilizzo integrato dei due strumenti, con la lampada come primo livello di ispezione e il bioluminometro come strumento di quantificazione e documentazione. In pratica: l’operatore passa la lampada sulle superfici durante o dopo le operazioni di pulizia, se rileva anomalie, effettua un tampone con il novaLUM II-X per ottenere un dato numerico. Se il valore è elevato, si interviene nuovamente con la sanificazione. Se rimane alto, si approfondisce con un’analisi microbiologica in laboratorio.

Utilizzo semplice, interpretazione facile: l’operatore indossa gli occhiali protettivi forniti in dotazione, punta la lampada sulla superficie e, nel caso,  vede le contaminazioni

La frequenza dei controlli dipende dalla tipologia di prodotto e dall’esperienza accumulata sull’impianto. «Non esiste una ricetta unica. Le aziende che lavorano con prodotti ad alto contenuto alcolico hanno una protezione naturale che abbassa il rischio microbiologico. Chi invece imbottiglia succhi di frutta, acque aromatizzate, cocktail pronti a bassa gradazione o prodotti dealcolati si trova in condizioni molto più critiche, perché non c’è alcol né anidride carbonica a fare da conservante naturale. Per queste realtà, un monitoraggio quotidiano o quasi è la norma, non l’eccezione».

Un tema su cui Ferreri insiste è quello del monitoraggio non solo delle linee di imbottigliamento ma anche dell’ambiente circostante: aerazione, canaline, griglie, filtri degli impianti di climatizzazione. «In un caso documentato, la fonte di contaminazione da Listeria in uno stabilimento di produzione alimentare era un cavo elettrico deteriorato, non una superficie di lavorazione. Nessuno si sarebbe mai sognato di controllarlo. Con la lampada si sarebbe visto in pochi secondi. Il problema non è sempre dove ci si aspetta che sia».

Il mercato del vino e la sfida del no-alcol

Due strumenti, una logica di screening:il bioluminometro novaLUM II-X e la lampada BioDtex

La pressione verso prodotti a bassa o nulla gradazione alcolica sta ridisegnando le priorità di molti imbottigliatori, in particolare nel settore vinicolo. La tendenza dei giovani consumatori verso la mixology, i cocktail premiscelati, i vini dealcolati e le bevande analcoliche apre scenari produttivi nuovi, dove i processi di imbottigliamento devono fare i conti con l’assenza dei tradizionali conservanti.

«L’alcol è il principale conservante naturale del vino. Quando si scende sotto certi gradi o si arriva all’alcol free, il rischio microbiologico aumenta in modo significativo. Le cantine che stanno esplorando questo segmento di mercato si trovano spesso a fare i conti con processi produttivi ai quali non erano abituate. Uno strumento come la lampada, affiancato al bioluminometro, diventa in questi casi non un accessorio ma una necessità strutturale». L’azienda ha già clienti operativi nel settore delle bevande da mixology premiscelate con produzioni destinate principalmente al canale private label.

Obblighi normativi e cultura del monitoraggio

Un aspetto che emerge con chiarezza dal confronto con Alitest è il quadro normativo italiano: l’utilizzo di questi strumenti è volontario. Non esistono obblighi di legge che impongano il monitoraggio ATP o l’ispezione UV sugli impianti. I campionamenti obbligatori riguardano il prodotto finale, non i processi. Le buone pratiche di fabbricazione indicano il corretto comportamento, ma non lo impongono con sanzioni proporzionali al rischio.

«In Nord Europa strumenti come la lampada UV o il test ATP sono di uso quotidiano. In Italia non sono ancora diffusi. Non è una questione di costo: un bioluminometro e una lampada non superano i 5.000 euro a fronte invece di impianti che costano centinaia di migliaia di euro. Il problema ci sembra sia culturale: manca la consapevolezza che il monitoraggio continuo non è una voce di costo, ma una assicurazione».

L’esperienza sul campo di Alitest è puntellata di episodi concreti: allerte su prodotti già distribuiti, richiami dal mercato, contaminazioni scoperte con ritardo su linee ferme nel frattempo. «Quando arriva il ritiro dal mercato, il danno economico supera di molte volte il costo di qualsiasi strumento di screening. Poi c’è il danno d’immagine e, soprattutto, il danno al consumatore, che spesso è già avvenuto prima che qualcuno se ne accorga. Ecco perché insistiamo: questi strumenti non servono a chi li acquista solo per sentirsi in regola. Servono a chi ha capito che la qualità si controlla prima, non dopo».

Implementazione: tempi e supporto

L’adozione operativa degli strumenti non richiede personale specializzato: i tempi di apprendimento sono nell’ordine di una sessione di formazione e Alitest accompagna i nuovi clienti nella fase iniziale di mapping dell’impianto: identificazione dei punti critici da monitorare, definizione delle frequenze di controllo, impostazione del piano di campionamento. «Noi abbiamo l’esperienza di decine di impianti diversi. Sappiamo già dove trovare le criticità più comuni: le griglie di aerazione, i raccordi, i punti di ristagno, le zone di scarico. Ma ogni stabilimento ha le sue specificità. Il piano definitivo lo costruisce l’azienda, con il suo responsabile del Controllo Qualità. Noi suggeriamo un metodo».

La reportistica dei due strumenti proposti consente di costruire nel tempo una base dati sui punti critici dell’impianto, con l’indicazione dell’operatore, dell’ora e del risultato. Questa documentazione diventa utile in fase di audit interno, di certificazione e, nei casi di fornitura in private label, come garanzia verso il cliente committente che la produzione è partita con impianto certificato pulito.

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