L’export della birra italiana punta sul valore

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Le vendite oltreconfine premiano la qualità del Made in Italy con un aumento del valore medio unitario. Il prodotto imbottigliato vale quasi i tre quarti dell’export in valore e oltre il 60% dei volumi venduti sui mercati esteri

Autori: Roberto Solazzo e Francesco Licciardo, CREA – Politiche e Bioeconomia

Il posizionamento dell’Italia nello scacchiere internazionale della birra continua a evolversi. Il nostro Paese mantiene il suo status di importatore netto, con acquisti dall’estero pari a 720 milioni di euro nel 2024, a fronte di un export di circa 260 milioni. Tuttavia, l’analisi dei flussi commerciali rivela tendenze che vanno oltre i semplici volumi, delineando una strategia di valorizzazione del prodotto italiano sui mercati globali.

Il 2024 ha visto una contrazione generalizzata dei flussi commerciali. L’import di birra è sceso del 9,4% in valore, complice il calo dei quantitativi da Belgio e Paesi Bassi, mentre la Germania si conferma fornitore principale dell’Italia, coprendo il 45% degli acquisti totali. Anche l’export ha subito una flessione nei volumi (-11,1% rispetto al 2023), scendendo a 310 milioni di litri. Il dato cruciale è la maggiore tenuta del valore commercializzato nell’ultimo biennio, sostenuta da un aumento del prezzo medio unitario di esportazione. Questo, in parte legato all’aumento generalizzato dei prezzi internazionali, indica anche un miglioramento del posizionamento delle aziende italiane su segmenti di mercati premium. La tipologia di prodotto importato vede ancora la prevalenza della birra in bottiglia, ma si segnala un aumento costante dell’incidenza della birra in fusti minori di 10 litri, passata da meno del 20% al 26% del valore in cinque anni. Dal lato delle esportazioni, il prodotto imbottigliato vale quasi i tre quarti dell’export in valore e oltre il 60% dei volumi venduti sui mercati esteri.

I mercati di sbocco: Regno Unito e la sorpresa Albania

Il Regno Unito resta un partner indispensabile, assorbendo oltre il 30% dell’export italiano in valore (80 milioni di euro). Seguono gli Stati Uniti e, vera sorpresa del 2024, l’Albania, che diventa il terzo mercato di destinazione superando la Francia grazie a una crescita esponenziale dei volumi assorbiti. Un focus particolare merita la Cina: pur con volumi di nicchia, il valore medio unitario dell’export verso Pechino supera 1,5 €/litro (contro una media globale inferiore a 1 €/litro). Questo differenziale suggerisce che il mercato cinese richiede prevalentemente birre artigianali o di alta gamma, riconoscendo un premium price al prodotto italiano.

Il no-alcohol registra per la prima volta un netto avanzo commerciale

Il dato più eclatante del 2024 riguarda il segmento della birra analcolica. Per la prima volta, l’Italia registra un netto avanzo commerciale in valore su questa specifica categoria con un surplus di oltre 9 milioni di euro. Sebbene in termini di volumi l’Italia importi ancora più di quanto esporti (29,5 milioni di litri acquistati contro 25,4 milioni venduti), la forbice si sta riducendo rapidamente. Il motore di questo successo è un incremento straordinario dell’export, cresciuto di quasi l’80% in valore nel solo 2024. Anche in questo caso, il Regno Unito gioca un ruolo cruciale, assorbendo oltre il 50% delle vendite italiane di birra analcolica e staccando nettamente altri mercati promettenti come Australia e Stati Uniti. Dal lato degli acquisti, la Polonia rimane il principale fornitore di birra analcolica per l’Italia (40% del totale), seguita dalla Germania.

Contributo realizzato nell’ambito del Programma Rete PAC 2025-2027 (Masaf), progetto esecutivo CR 03.09 – RURAL IN FOOD.

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