“L’accordo di libero scambio tra Unione europea e India permetterà di ridurre significativamente le barriere tariffarie e non tariffarie, riducendo dazi, spesso proibitivi, per le esportazioni dell’agroalimentare europeo. Come nel caso dei vini, i cui dazi attuali passeranno dal 150% al 75% all’entrata in vigore dell’accordo, per scendere progressivamente fino al 20%, o come quelli sull’olio d’oliva, che dall’attuale 45% arriveranno a scomparire in cinque anni”. È quanto afferma Nomisma in una nota.
Secondo la società di ricerca e consulenza, “guardando l’accordo dal lato delle imprese italiane, è evidente come le opportunità di crescita siano potenzialmente elevate, sebbene vadano inserite in uno scenario temporale di lungo periodo”. “Per quanto l’India sia la nazione più popolosa al mondo insieme alla Cina – spiega – la sua ricchezza è concentrata in un numero ridotto di persone, ma esiste una fascia sociale di famiglie composte da professionisti e imprenditori il cui reddito annuo supera i 40.000 euro e che assomma oltre 60 milioni di persone, una ‘classe benestante’, in crescita da diversi anni e che rappresenta il target ideale di consumatori per il food & beverage made in Italy, tanto che le stesse stime indicano come nel giro di pochi anni tale aggregato dovrebbe raddoppiare in termini di numerosità”.
Nomisma evidenzia come “l’interscambio commerciale di prodotti agroalimentari tra Italia e India veda una bilancia nettamente a favore dell’India (con un saldo di oltre 450 milioni di euro), da cui importiamo principalmente caffè, tè, spezie, riso, pesce e molluschi congelati. Al contrario, il nostro export agroalimentare (appena 142 milioni di euro nel 2024, ma in crescita di oltre il 7% nel cumulato gennaio-novembre 2025) si compone principalmente di cioccolata, caffè, frutta e piante (congiuntamente fanno il 63% delle nostre esportazioni agroalimentari in India) mentre appare ancora residuale, proprio alla luce dei pesanti dazi alla frontiera, l’export di olio d’oliva e vino, che rappresenta il 5% del totale. Se aggiungiamo anche pasta, formaggi e derivati del pomodoro non arriviamo al 20%, a dimostrazione di come vi siano ampi spazi di crescita per il food &beverage made in Italy”.

“Spazi di crescita concreti, che però occorre saper conquistare e soprattutto coltivare – osserva Denis Pantini, Responsabile agroalimentare di Nomisma – alla luce del fatto che, soprattutto per vino e olio d’oliva, si tratta di prodotti i cui consumi si stanno muovendo parallelamente alla crescita economica e reddituale della popolazione locale e, quindi, ai cambiamenti negli stili di vita: basti pensare che attualmente i consumi di vino non vanno oltre i 250 mila ettolitri (in Italia ne consumiamo 90 volte tanto) e le importazioni coprono meno di un terzo di tale quantitativo”.