Più tempo libero

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Qualche tempo fa ho partecipato a un’interessante lezione del corso seminariale di Teologia di don Matteo Tolomelli per alcuni studenti magistrali dell’università Cattolica del Sacro Cuore. Due gruppi di studenti si erano preparati per un dibattito, rappresentando due posizioni opposte (tecnottimisti verso tecnopessimisti), in risposta al quesito su come la tecnologia, mostrando l’egemonia dello spirito sulla materia e rivelando l’aspirazione umana allo sviluppo, possa restare un fattore umanizzante. Il tema si presta poco ad essere adeguatamente trattato nelle poche righe di questo editoriale, ma volevo condividere alcuni spunti interessanti e riflessioni.

I due gruppi, idealmente contrapposti, hanno rivelato in parte posizioni simili, riflettendo la difficoltà nel descrivere la tecnologia e le paure che spesso viviamo nei confronti del crescente sopravvento della tecnologia e di quella che oggi è ricorrentemente oggetto di discussioni con colleghi, amici e parenti, ossia l’intelligenza artificiale (IA). I ragazzi hanno saputo dare solide basi culturali a tutte le loro argomentazioni, dimostrando di sapere stupire quando correttamente stimolati e informati (sembra quasi di parlare dell’IA).

Tra le argomentazione: la tecnologia è di per sé neutrale, ma rispecchia chi l’ha sviluppata; uno degli scopi o delle sfide è umanizzare la tecnologia; il problema è l’assenza di controllo e la concentrazione del potere in poche mani; c’è la minaccia di abolire l’umanesimo e di finire sopraffatti dalla tecnologia, dimenticandoci altri modi di vivere e di pensare; spesso mancano, pur essendo necessari, i passaggi intermedi per utilizzare in maniera corretta la tecnologia; si avverte un senso di inadeguatezza quando ci si ritrova incapaci di utilizzare un nuovo strumento (io, in realtà, mi sento inadeguata solo per difetto di conoscenza).

Ovviamente si è fatto un affondo sulla IA, sottolineando come sia sostanzialmente conoscenza, ma non connessa al mondo fisico e come probabilmente inizierà ad avere una memoria e a interagire con il mondo (e mi è venuto in mente il film Terminator del 1987, che ipotizzava un lontano 2029 in cui una rete globale di difesa di intelligenza artificiale raggiungeva l’autocoscienza ribellandosi all’umanità…). Mi ha colpito molto anche il riferimento al pregio di tecnologia e IA di aumentare il tempo libero. Liberare il tempo per la famiglia o se stessi era un tema centrale e ricorrente nella pubblicità dei primi elettrodomestici.

Il messaggio di adesso nella promozione dei vari software e strumenti di AI non appare molto diverso: ti semplifico la vita e ti libero del tempo. Mi aspetto che funzioni come con gli elettrodomestici. Meno fatica e più velocità, sicuramente, ma la casa non si pulisce ancora da sola e, se metti i panni sbagliati o scegli il programma di lavaggio sbagliato, nessuno ti ridarà il tuo maglione preferito. Poi l’enigma è come sfruttare tutto questo nuovo tempo libero. Un po’ andrà via per imparare a usare i nuovi strumenti, e poi, si spera, venga impiegato per qualcosa che sia davvero utile al proprio benessere, al lavoro e alla società, e non per dedicare più tempo allo zombie scrolling o al doom scrolling.

L’IA richiederà competenze sempre più solide per poterla non solo programmare, ma anche usarla.  Diventa un vero aiuto solo nel momento in cui capiamo cosa vogliamo che faccia al posto nostro, il perché e il come lo fa, altrimenti non sapremo interpretare con pensiero critico il risultato ottenuto e andare oltre. L’IA sta rivoluzionando tutti i settori, ridisegnando competenze necessarie, ambiti lavorativi, possibilità di sviluppo e miglioramento. Per questo abbiamo scelto il tema dell’IA nell’industria alimentare per il percorso di formazione a distanza di quest’anno. Heidegger nel 1955 rifletteva sulla trasformazione del mondo in un completo dominio della tecnica, senza che l’uomo fosse affatto preparato a un tale radicale mutamento. Siamo preparati adesso?

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