Fatti per creare dipendenza

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Io in pigiamone che affondo il cucchiaio in un barattolo di gelato come ricompensa per pene d’amore (un po’ di anni fa) o per altri tipi di pene (adesso). Le figlie che imitavano filmati (dagli effetti rilassanti) di persone che fanno sentire i diversi rumori associati alla masticazione di cibi dalle diverse consistenze.  La consapevolezza che mangiare non è un atto con soli scopi nutrizionali, ma un comportamento emozionale. Alla morbida caramella, tu resistere non puoi, devi, devi, devi, devi, devi masticar!

Dopo questa premessa, il resto dell’editoriale è una selezione di contenuti da siti più o meno autorevoli, compreso National Geographic. L’immagine che ne esce è quella di un’industria alimentare che negli anni ha saputo affinare le proprie conoscenze per sviluppare alimenti capaci di legare a sé in maniera irreversibile e dannosa i consumatori ignari. La lettura è consigliata solo a un pubblico adulto e poco sensibile al codice deontologico dell’ordine nazionale dei tecnologi alimentari. Diversi studi scientifici hanno dimostrato che il consumo di alimenti malsani crea dipendenza, con caratteristiche molto simili, se non addirittura più intense, alle dipendenze da droghe e fumo.

In cima alla lista dei cibi malsani che danno dipendenza, troviamo pizza, cioccolato, patatine (in sacchetto e fritte), gelato, cheeseburger, cereali per la prima colazione. Il giusto mix di sale, addensanti e altri additivi, aromi artificiali, elevate quantità di grassi e carboidrati raffinati, porta al cosiddetto Bliss Point, o punto di beatitudine, in quanto la loro ingestione porta al rilascio di dopamina, neurotrasmettitore cruciale per diverse funzioni cerebrali, tra cui il sistema di ricompensa e piacere. Il concetto di food addiction compare in letteratura nel 1890, in riferimento al consumo di cioccolata, per poi venire ufficialmente coniato nel 1956 dal ricercatore americano Theron Randolph, un ricercatore americano, nella descrizione del consumo di alimenti come il caffè, il latte e le patate, considerato analogo alla dipendenza pura.

L’industria alimentare ha applicato allo sviluppo dei cibi spazzatura (che poi sarebbero quelli sopra che creano dipendenza), le lezioni apprese dall’industria del tabacco. Gli studi degli anni 80 che mostravano i comportamenti di ratti disposti a rischiare la scossa elettrica pur di arrivare a torte e cioccolatini di produzione industriale e ottenere la loro gratificazione alimentare, hanno illuminato la strada per come creare gli alimenti perfetti per spingere i consumatori a consumarne una sempre crescente quantità e con cui controllare il loro modo di nutrirsi. Non si trattava nient’altro che di sfruttare il meccanismo evolutivo di fare scorta di cibi grassi e dolci per aumentare la probabilità di sopravvivenza, che oggi non ha più ragione di essere (purtroppo non in tutte le parti del mondo).

Insieme a questo mix prettamente gustativo, l’industria alimentare ha imparato a sfruttare anche le giuste sensazioni di croccantezza (il crunch delle patatine) o altre consistenze particolarmente gradite (vedi la caramella gommosa) ai nostri sensi. L’industria agro-alimentare è fondata sulla tecnologia fine a sé stessa e sul profitto, ben lontana dal considerare i reali bisogni della popolazione. Un ex commissario dell’FDA americana ha riportato le ammissioni di alcuni ex dirigenti delle società dei sapori sintetici (alias aromi artificiali) di avere lavorato per creare prodotti con il massimo potere possibile di assuefazione. Non penso siano negabili gli effetti di dipendenza da certi cibi che possono svilupparsi in combinazione con una serie di altri fattori. Riconosco il potere gratificante del cibo, ma è altrettanto vero che ci piace mangiare anche quando siamo felici e vogliamo celebrare e condividere qualcosa con le persone che amiamo. Non voglio però credere che l’industria alimentare tutta abbia avuto e abbia un comportamento malevolo nello sviluppo dei propri prodotti.

Editoriale di Giorgia Spigno, pubblicato sul numero di novembre di Macchine Alimentari

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