C’è un mondo attorno. Il motto scelto per l’edizione 2025 di Cheese – la grande rassegna internazionale organizzata da Slow Food e dalla Città di Bra, con il sostegno della Regione Piemonte – sembra scritto su misura anche per rappresentare la birra artigianale. Perché se è vero che il cuore della manifestazione batte al ritmo di forme, casari e affinatori, è altrettanto evidente come, tutt’attorno, oggi pulsi un universo brassicolo più dinamico e vitale che mai capace di dialogare con il mondo lattiero-caseario senza complessi di inferiorità. Dal Centro Italia, e in particolare dalle Marche, si è precipita una presenza coesa, appassionata e di alto profilo qualitativo. Durante un laboratorio di pairing dedicato all’eccellenze marchigiane abbiamo incontrato Carlo Cleri, gastronomo e beer taster. Figura di riferimento nel panorama nazionale, Cleri ha saputo coniugare rigore tecnico e chiarezza divulgativa. Il risultato? Coinvolgimento totale, ben oltre il semplice esercizio di abbinamento.
Come si è sviluppato il comparto brassicolo marchigiano?

«L’attenzione verso la birra artigianale nasce intorno al 2007. L’interesse a produrre non è stato immediato, è attecchito in un secondo momento sull’onda della crescita nazionale che ha visto emergere i primi birrifici, soprattutto al nord. Regioni come Piemonte e Lombardia – seguite da Toscana e Lazio – hanno dato una spinta decisiva, diffondendo entusiasmo e contaminazioni anche nel resto della Penisola. L’esordio di Tenute Collesi, storica distilleria di Apecchio (PU), rappresenta una delle prime realtà marchigiane ad affacciarsi con decisione nel mondo birraio. Tra i pionieri che hanno contribuito a sdoganare il tema c’è anche Amarcord: nata nel riminese, dopo varie vicissitudini ha traslocato tra la Romagna e l’Appennino delle Alte Marche. Il loro core business, però, era rivolto principalmente alla GDO».
La crescita regionale è stata eterogenea?
«Sì, sono fiorite diverse realtà di piccole e medie dimensioni, perlopiù aziende familiari a forte vocazione artigianale. Negli ultimi anni, inoltre, una spinta significativa è arrivata dal sud delle Marche. La direzione intrapresa è quella giusta, come dimostrano i numerosi riconoscimenti nazionali e internazionali ottenuti: i birrifici marchigiani salgono, molto spesso, sul podio. Ti dirò di più: uno dei primi maltifici italiani è marchigiano: il COBI – Consorzio Italiano di Produttori dell’Orzo e della Birra – nasce ad Ancona nel 2003. L’impegno e la visione che i suoi protagonisti dimostrano sono un valore concreto per il settore».
Aspetti distintivi e identità locale: quali sono le peculiarità?
«Ciò che distingue i birrifici marchigiani è il forte legame con la tradizione agricola. Emerge un’esperta capacità manuale. Una naturale attitudine pratica che affonda le radici in una storia di mezzadri e agricoltori tutto fare. Questo background è stato un perno fondamentale per l’espansione delle prime realtà brassicole. Non sorprende che, in pochi anni, abbiano recuperato tutti i fattori chiave per diventare birrai a pieno titolo!». Il comparto marchigiano presenta volumi produttivi ancora contenuti, ma un livello qualitativo ormai pienamente maturo. Carlo incalza: «Un altro tratto che si percepisce è un’artigianalità muscolare, genuina. Certo, la creatività non manca: ogni realtà ha saputo trovare la propria voce e perfino reinventarsi. Nel linguaggio colloquiale marchigiano accroccare significa adattarsi, arrangiarsi con ingegno. Ecco: l’identità birraia regionale è salda nei valori della terra, ma capace di esprimersi con grande estro e personalità».
Accoglienza e percezione del pubblico. Come ha saputo farsi strada la birra artigianale marchigiana?
«Ha generato molta curiosità. Il consumatore marchigiano è sorprendentemente aperto: non si ferma alle apparenze né ai cliché. Attraverso serate a tema, incontri e degustazioni ho capito quanto sia ricettivo e desideroso di esplorare. Questa attitudine ha favorito sia la crescita dei birrifici sia il consolidarsi del consumo della birra artigianale. C’è poi un altro fattore determinante: la grande disponibilità e umanità dei produttori. Hanno saputo avvicinare tutti, non solo appassionati e intenditori, conquistando con il loro requisito cardine: la qualità!».
Con lo sguardo avanti: quali azioni possono consolidare ulteriormente la filiera delle Marche?
«Istituzioni e associazioni di categoria hanno un ruolo chiave, questo vale da Nord a Sud. Una delle strade più promettenti è lo sviluppo di forme di turismo legate alla birra. Allo stesso modo in cui si visitano le cantine, mi auguro si possano valorizzare sempre più percorsi dedicati ai birrifici. Un itinerario esperienziale che unisca tutto il bello e il buono che abbiamo da offrire. Una rotta che potrebbe accompagnare la birra marchigiana verso una nuova stagione di riconoscimenti e promettenti sviluppi in tanti altri ambiti».