Tribunale di Napoli – Afragola, sentenza del 31 luglio 2013 (riferimento normativo: art. 5, lett. b, l. 283/1962)
Integra il reato di detenzione per la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione la detenzione in congelatori a pozzetto di alimenti coperti di brina e con “bruciature da freddo”.
I NAS sequestravano 25 kg di alimenti (formaggio, patate lesse, carne, pesce, arancini, frittatine ecc.) in cattivo stato di conservazione presso una stazione di servizio carburanti, detenuti in un locale adiacente al bar e abusivamente utilizzato a deposito alimentare.
Essi erano in gran parte conservati in due congelatori a pozzetto ed erano coperti di brina, recavano “bruciature da freddo” (che consistono in chiazze sulla carne, indicative di scorrette modalità di refrigerazione) e si presentavano tutti frammisti senza alcuna separazione tra di loro. Altri alimenti erano stivati su scaffali a temperatura ambiente in difformità dalle indicazioni di etichetta.
Il giudice è pervenuto alla condanna di € 2000 di ammenda, seguendo la consolidata giurisprudenza secondo cui la violazione dell’art. 5, lett. b), l. 283/1962 non richiede la prova dell’alterazione intrinseca dell’alimento, essendo sufficiente la sua conservazione con modalità igienico-sanitarie non conformi a leggi, regolamenti, circolari o best practices professionali.
La punizione di tali condotte si spiega con il rischio, anche non immediato, che può determinarsi per la salute dei consumatori a causa – di volta in volta a seconda delle situazioni concrete – di proliferazioni batteriche, di contaminazioni crociate ecc.
Comprensibilmente non ha avuto sbocco positivo la linea difensiva di opporre che gli alimenti sequestrati non erano destinati al consumo, ma a una campagna di volontariato a favore degli animali. È stato facile tacciare tale versione di essere inverosimile e contrastante con i dati di fatto. L’esistenza di ben 25 kg di alimenti della più svariata natura in un locale adiacente a quello di somministrazione era sicuro indice della loro destinazione al consumo. Anzi, si sarebbe potuto contestare ulteriormente il più grave reato di tentata frode in commercio, in quanto sicuramente il reale stato fisico di conservazione del cibo rimaneva ignoto agli avventori.
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Detenzione per la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione
Tribunale di Napoli – Afragola, sentenza del 31 luglio 2013 (riferimento normativo: art. 5, lett. b, l. 283/1962)
Integra il reato di detenzione per la vendita di alimenti in cattivo stato di conservazione la detenzione in congelatori a pozzetto di alimenti coperti di brina e con “bruciature da freddo”.
I NAS sequestravano 25 kg di alimenti (formaggio, patate lesse, carne, pesce, arancini, frittatine ecc.) in cattivo stato di conservazione presso una stazione di servizio carburanti, detenuti in un locale adiacente al bar e abusivamente utilizzato a deposito alimentare.
Essi erano in gran parte conservati in due congelatori a pozzetto ed erano coperti di brina, recavano “bruciature da freddo” (che consistono in chiazze sulla carne, indicative di scorrette modalità di refrigerazione) e si presentavano tutti frammisti senza alcuna separazione tra di loro. Altri alimenti erano stivati su scaffali a temperatura ambiente in difformità dalle indicazioni di etichetta.
Il giudice è pervenuto alla condanna di € 2000 di ammenda, seguendo la consolidata giurisprudenza secondo cui la violazione dell’art. 5, lett. b), l. 283/1962 non richiede la prova dell’alterazione intrinseca dell’alimento, essendo sufficiente la sua conservazione con modalità igienico-sanitarie non conformi a leggi, regolamenti, circolari o best practices professionali.
La punizione di tali condotte si spiega con il rischio, anche non immediato, che può determinarsi per la salute dei consumatori a causa – di volta in volta a seconda delle situazioni concrete – di proliferazioni batteriche, di contaminazioni crociate ecc.
Comprensibilmente non ha avuto sbocco positivo la linea difensiva di opporre che gli alimenti sequestrati non erano destinati al consumo, ma a una campagna di volontariato a favore degli animali. È stato facile tacciare tale versione di essere inverosimile e contrastante con i dati di fatto. L’esistenza di ben 25 kg di alimenti della più svariata natura in un locale adiacente a quello di somministrazione era sicuro indice della loro destinazione al consumo. Anzi, si sarebbe potuto contestare ulteriormente il più grave reato di tentata frode in commercio, in quanto sicuramente il reale stato fisico di conservazione del cibo rimaneva ignoto agli avventori.
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