Birra Oltremondo: dalla terra alla lattina

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Birrificio Oltremondo

Oltremondo nasce in un garage della provincia di Pesaro Urbino, tra fermentatori casalinghi e amici curiosi, convivialità e sperimentazione.

«La mia passione per la birra e i fermentati è cominciata così», racconta Filippo Branchini, socio e birraio. Nel tempo le soddisfazioni aumentano, così come la curiosità verso la storia e la cultura brassicola, e nel 2012, con il fratello Matteo e l’amico e cognato Riccardo Pisu, Filippo fonda l’azienda agricola B2P finalizzata alla coltivazione di orzo da birra. Due anni dopo arriva il salto: l’impianto da 10 ettolitri firmato L.A. Inox segna l’avvio ufficiale del birrificio. Da subito l’obiettivo è chiaro: fare birra agricola, controllando l’intera filiera, seguendo i principi biologici e raccontando con trasparenza ogni passaggio.

La sala cottura

«Non siamo semplici trasformatori: siamo agricoltori e birrai radicati al territorio, un po’ come il nostro luppolo, che ha radici ben salde a terra ma tenta sempre di andare verso l’alto, puntando a nuovi orizzonti». Nel 2015 la conversione al biologico consolida il posizionamento e l’identità del birrificio, seguita, nel 2017, dall’introduzione della lattina sleek da 330 ml, un formato più contemporaneo e sostenibile, e dall’avvio del luppoleto aziendale che chiude il cerchio delle materie prime e dà piena coerenza al progetto di birrificio agricolo. Oltremondo si trasforma via via anche in un luogo aperto al pubblico e in un punto di riferimento per il turismo esperienziale, grazie a eventi, visite guidate e attività didattiche che rafforzano il legame con la comunità locale. «La birra per noi è un mezzo di connessione tra terra e persone», sottolinea Branchini.

Sala cottura, fermentatori e riempitrici

Oggi il cuore operativo del birrificio è ancora il capannone di circa 190 mq situato a Colli al Metauro (PU), spazio compatto ma organizzato per integrare le varie fasi del ciclo produttivo, dalla cotta all’inscatolamento. «Comincia a starci un po’ stretto – rivela il birraio – ma è qui che abbiamo costruito la nostra identità».

La sala cottura ospita un impianto a due tini da 10 hl – ammostamento/filtro e bollitura/whirlpool – modello “MB10” di L.A. Inox: «L’abbiamo scelto per la compattezza: i due tini riscaldati occupano poco spazio, ma garantiscono rese elevate e affidabilità: non abbiamo mai avuto grandi problemi». Nella sala fermentazione si trovano quattro tank da 10 hl, sempre a firma L.A. Inox, affiancati da un fermentatore da 16 hl e uno da 25 hl forniti da Enomet. La linea di confezionamento è interamente gestita in-house: riempitrice bottiglie monoblocco automatica isobarica a 6 becchi EDO 6 ISO R TC Birra (Enomet), riempitrice lattine WG-1 EVO a un becco espandibile (Wild Goose Filling), etichettatrice automatica Enomet Plus e sistema di recupero CO2 Enomet modello Galileo Birra GB5-1-5×500 4.0 TP6. Non mancano elementi autocostruiti, come la luppolatrice sviluppata internamente con la collaborazione della ditta Iacucci Adamo. «Ogni macchinario l’abbiamo scelto non solo per le prestazioni, ma per coerenza rispetto alla nostra visione: filiera chiusa e controllo totale», dichiara Branchini.

Controllare l’ossigeno, recuperare CO2

La lattinatrice WG1 di Wild Goose Filling

Il confezionamento avviene senza depallettizzatori automatici: l’alimentazione dei contenitori è manuale. Per le bottiglie da 750 ml il ciclo inizia con il posizionamento sul nastro, seguito da etichettatura, riempimento e tappatura automatica, quindi inscatolamento manuale; velocità dichiarata: 210 bottiglie all’ora. Le lattine sleek da 330 ml – formato adottato per l’intera produzione – seguono invece un flusso dedicato: caricamento sul nastro della WG-1, riempimento, trasferimento su nastro etichettatore e confezionamento manuale. «Con un solo becco riusciamo a lavorare circa 780 lattine all’ora; il modello è espandibile fino a cinque, quindi il potenziale di crescita è notevole», osserva Branchini. Il birraio sottolinea come l’esperienza con Wild Goose Filling abbia rappresentato una sorpresa positiva: «Il supporto tecnico è stato puntuale e l’apprendimento rapido, grazie a due giorni di formazione. Per noi si è trattato del primo acquisto all’estero, ma, dal giorno in cui è stata accesa, la WG-1 ha lavorato senza problemi». Più laboriosa, invece, è stata la messa a regime dell’imbottigliatrice Enomet, essendo per il costruttore la prima incursione nel settore birra. «All’inizio è stata una sfida, ma ora abbiamo trovato un assetto accettabile: la velocità non è il suo forte, ma la precisione del riempimento e l’assenza di ossigeno compensano ampiamente». Il sistema di recupero CO2 sul quale si è investito nel 2021 chiude il ciclo, limitando gli sprechi e regalando ai soci una grande soddisfazione: «Tenevamo molto a non disperdere l’anidride carbonica prodotta in fermentazione; ora la utilizziamo per proteggere il prodotto nei vari passaggi, riducendo ulteriormente il nostro impatto ambientale».

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