Radici salde, visione contemporanea

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Francesca Gelmini racconta la filosofia produttiva e familiare de Il Roccolo di Mezzomerico, nel Novarese, tra controllo totale della filiera, tutela dei vitigni autoctoni e uno sguardo imprenditoriale moderno, ma profondamente ancorato al territorio

Autori: Laura Turrini

Il Roccolo di Mezzomerico, realtà a conduzione familiare, ha costruito il proprio modello su una filiera interamente gestita internamente, una produzione contenuta e un legame strutturale con la storia agricola locale, espressione non di una strategia di posizionamento, ma di una visione precisa e coerente maturata nel tempo. Oggi l’azienda è guidata da Francesca Gelmini insieme alla madre Margherita. Un percorso tutt’altro che lineare ha condotto Francesca dalla formazione giuridica internazionale al ritorno in vigna e in cantina, in un momento delicato di passaggio generazionale, quando ha deciso che il Nebbiolo poteva diventare un progetto di vita. A raccontarcelo è stata lei stessa, ripercorrendo, oltre al proprio iter personale e professionale, anche l’evoluzione, le scelte produttive e organizzative, le criticità affrontate e gli obiettivi futuri della sua impresa.

Francesca, come si definirebbe oggi, tra percorso personale e ruolo in azienda?

«Mi descriverei come una persona molto determinata, curiosa e profondamente legata alla mia terra. La mia formazione è quella di una giurista con un percorso internazionale improntato al rigore, al metodo e alla disciplina. Allo stesso tempo, però, sono cresciuta tra i filari: conosco la stagionalità, il lavoro agricolo, il rispetto dei tempi della natura. Sul piano personale ricerco autenticità, equilibrio e armonia, mentre in ambito lavorativo credo che la passione sia l’elemento determinante: è ciò che guida le mie scelte e dà senso alla mia presenza in azienda. Il mio obiettivo è contribuire alla crescita de Il Roccolo mantenendo intatti i valori che lo rendono unico: la tradizione familiare, il legame profondo con il territorio e il contatto diretto con la terra. La forza dell’azienda, a mio avviso, risiede proprio nella capacità di trasformare una storia di famiglia in un progetto solido, presente e futuro».

Quali sono state le tappe principali della sua formazione e del suo percorso professionale?

«Mi sono laureata in Giurisprudenza all’Università degli Studi di Milano con 110/110 e lode, per poi conseguire un Ph.D. in EU Competition Law, con periodi di ricerca come Visiting Researcher presso l’Université Paris 1 Panthéon-Sorbonne. Ho completato, inoltre, un Master al King’s College di Londra, con il massimo dei voti. Quest’evoluzione da giurista mi ha fornito un metodo di lavoro strutturato, capacità di analisi approfondita e l’abitudine a operare in contesti globali. Ho lavorato per diversi anni in studi legali internazionali a Milano e Roma, in ambienti molto organizzati e ad alta complessità, e, anche se non direttamente legate al settore vitivinicolo, queste esperienze sono state estremamente formative, poiché mi hanno permesso di sviluppare competenze che oggi considero fondamentali: problem solving, gestione della pressione e della responsabilità, capacità organizzativa, attenzione al dettaglio e attitudine al confronto con realtà e sensibilità molto diverse. Nello specifico, le esperienze tra Parigi e Londra mi hanno permesso di sviluppare un’enorme apertura mentale e una maggiore capacità di ascolto e osservazione, oltre a insegnarmi a comunicare in modo efficace e ad affrontare problemi complessi con lucidità. Ho imparato a vedere le difficoltà non come ostacoli insormontabili, ma come sfide che possono essere affrontate con metodo e determinazione. Questa visione internazionale oggi rappresenta una risorsa preziosa: mi consente di coniugare il legame profondo con le radici familiari e territoriali con uno sguardo ampio, contemporaneo e strutturato».

Il Roccolo di Mezzomerico coltiva 7 ettari di vigneto. La cantina è dotata della più avanzata tecnologia

Cosa l’ha portata a lasciare la carriera già avviata per rientrare nell’azienda di famiglia?

«Il Roccolo è sempre stato parte della mia vita. Da bambina sono cresciuta tra i filari e la cantina, ho partecipato alle vendemmie e ciò mi ha permesso di sviluppare un legame profondo con l’azienda e una conoscenza istintiva dei suoi ritmi. Nel tempo il richiamo verso la mia terra e verso la storia della mia famiglia è diventato sempre più forte. La perdita di mio papà, cinque anni fa, ha rappresentato un momento di svolta: mi ha fatto comprendere con maggiore lucidità il valore, la dedizione e la visione che c’erano dietro quello che i miei genitori avevano costruito. Ho sentito che un impegno tale meritava continuità, non solo sul piano affettivo, ma anche su quello concreto. Un anno fa ho capito che era arrivato il momento di tornare, scegliendo un percorso certamente più incerto rispetto a quello precedente, ma profondamente autentico. È stata una decisione dettata dall’amore, da responsabilità e identità. Oggi sono coinvolta in tutte le fasi: produzione, gestione, vendita, relazioni e comunicazione. Coordino l’azienda insieme a mia mamma, una fonte continua di insegnamenti: con lei condivido ogni scelta strategica e operativa. È un lavoro a quattro mani e la sua esperienza rappresenta per me un punto di riferimento fondamentale. Seguire tutto internamente richiede presenza costante e responsabilità, ma permette anche un apprendimento rapido e profondo: ogni giorno posso osservare, intervenire, comprendere le dinamiche tecniche e affrontare le eventuali problematiche con un approccio completo all’intero processo produttivo».

Le sfide più rilevanti?

«Senza dubbio quella emotiva legata al passaggio generazionale e «Tornare a lavorare qui ha significato per me rientrare in una dimensione che sento profondamente mia, seguendo le operazioni tra i filari e l’intero processo produttivo come parte di un’attività dinamica e stimolante, che mi consente una visione completa di ogni fase e una crescita quotidiana» Francesca Gelmini con la madre Margherita alla perdita di mio padre. Entrare in azienda ha significato raccogliere un’eredità importante, costituita da valori, prospettiva e impegno. Una responsabilità grande, che ha però nutrito una motivazione fortissima. L’altra sfida è stata integrare la mia formazione giuridica e internazionale con un lavoro agricolo e manuale, molto diverso da ciò a cui ero abituata: ho dovuto imparare a coniugare metodo e istinto, visione strategica e operatività concreta, studio e manualità. Infine, c’è la sfida quotidiana di far crescere l’azienda mantenendo intatti la sua identità artigianale e il suo stile produttivo, operando in un mercato complesso e competitivo senza snaturarne l’anima. Tutto ciò richiede equilibrio, coerenza e decisioni ponderate, ma è proprio questo a rendere il viaggio stimolante e profondamente appassionante».

Ci dia qualche informazione relativamente alla produzione odierna.

«Coltiviamo circa 7 ettari di vigneto, di cui la maggior parte – 3 ettari – è dedicata al Nebbiolo; produciamo anche, tra gli altri, Bonarda Novarese, Vespolina e Colline Novaresi Bianco. Abbiamo avviato la produzione sistematica dei nostri vini a partire dal 1990 in poi – ovvero, l’anno della prima vendemmia dopo il rinnovamento – e oggi realizziamo in media intorno alle 30.000 bottiglie all’anno su 13 etichette, tutte derivanti dalle nostre uve e con un forte controllo su qualità e processo. Nulla è esternalizzato. La scelta della gestione familiare e della coltivazione esclusiva di uve di proprietà, seguendo la filiera “dal vigneto alla bottiglia”, è un aspetto centrale della nostra storia, che ci consente di monitorare ogni step: dalla cura della terra alla vendemmia, fino all’imbottigliamento. In vigna non usiamo diserbanti, effettuiamo un monitoraggio agronomico e meteorologico costante e le rese sono volutamente contenute: ogni pianta produce pochi grappoli, ma concentrati, con alta qualità di zuccheri, aromi e struttura. La cantina è stata dotata di attrezzature moderne, come vasche di acciaio a temperatura controllata, barrique di rovere francese, impianti di filtrazione e imbottigliamento all’avanguardia: grazie a queste tecnologie moderne e a un approccio attento e rispettoso, possiamo lavorare e affinare vini capaci di esprimere appieno il carattere del Nebbiolo e degli altri vitigni autoctoni, mantenendo, al contempo, un profilo elegante e territoriale. Il nostro vero punto di forza è che seguiamo tutto, davvero tutto, a 360 gradi. Non delegare significa conoscere, osservare, crescere e garantire qualità costante».

Qualità prima che quantità, dunque.

«Esattamente, questa è la nostra filosofia! Rispetto per la terra, i suoi tempi e per la materia prima. Ogni scelta è guidata dai valori che i miei genitori hanno perseguito e tramandato: autenticità, artigianalità, coerenza. Vogliamo che ognuna delle nostre bottiglie racconti la nostra storia e il nostro areale».

Guardando al futuro, quali sono i vostri obiettivi e sogni?

«Constatare che chi assaggia i nostri vini ne riconosce l’identità, la storia e la cura è la nostra maggior soddisfazione, attualmente. Per il domani puntiamo a crescere con equilibrio, sviluppare l’enoturismo, valorizzare il territorio e continuare a coniugare tradizione, qualità e sostenibilità, anche attraverso l’impiego di pannelli fotovoltaici e materiali green. Il nostro sogno è far conoscere sempre di più la nostra realtà a un pubblico nazionale e internazionale, mantenendo la nostra dimensione autentica e familiare, incarnando un simbolo autorevole di questo areale e tramandando l’azienda alle future generazioni».

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