Filiera Birra 2026: spunti di riflessione

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Filiera Birra

Nell’aprire l’edizione 2026 di Filiera Birra dal titolo quest’anno “Innovazione e nuovi modelli di consumo”, Giuseppe Perretti, coordinatore tecnico-scientifico di Filiera Birra nonché docente di Tecnologie alimentari dell’Università di Perugia, ha posto l’accento sulla necessità che, per crescere ancora, il comparto birrario possa e debba prendere esempio da quanto accaduto in altre filiere. Per vincere è necessaria un’integrazione stretta fra le attività a monte e a valle della catena – dai campi al confezionamento – e i tratti distintivi del made in Italy devono essere trasmessi attraverso un adeguato storytelling. Se ne è detto convinto anche l’altro accademico nonché Consigliere di Regione Lombardia Christian Garavaglia, che ha inoltre sottolineato l’importanza dei bandi disponibili per lo sviluppo degli ecosistemi produttivi: nascono per sostenere «aggregazione e progettualità», promuovendo la digitalizzazione e l’economia circolare.

Un’eccellenza da comunicare

Dal canto suo la Segretaria generale di The Brewers of Europe Julia Leferman ha evidenziato il ruolo dei grandi e piccoli birrifici come generatori di impieghi – due milioni in Europa, oltre 6.000 nelle 1.018 insegne di casa nostra – e il loro forte radicamento sui territori d’origine. Espressione di «gusto, artigianato, visione industriale e innovazione tecnologica che riguarda anche il packaging», la bevanda deve però fare i conti con la riduzione e la differenziazione dei consumi. Il no e low-alcohol (NoLo) sono realtà e vanno interpretati; al tempo stesso le istanze della filiera e gli oneri normativi che le gravano sulle spalle devono essere portati all’attenzione delle autorità di Bruxelles. The Brewers of Europe è pronta a farlo, rispondendo così anche al richiamo del Presidente di Assobirra Federico Sanella, pronto a ricordare le molte sfide che attendono il settore: fra PPWR e fiscalità, il 2027 può essere un anno cruciale. Per affrontarlo al meglio dialogare con le istituzioni con voce unitaria e comuni obiettivi chiari è indispensabile. Indispensabile, anzi, è «pensarsi come un autentico ecosistema». Forte di 290 soci fra i quali il 70% delle microimprese Unionbirrai ha partecipato con il Direttore generale Vittorio Ferraris, a sua volta del parere che le filiere vadano incentivate agendo sull’accisa forfettaria e semplificando i depositi fiscali. I piccoli debbono poi auspicabilmente godere di un maggiore supporto tecnico-scientifico e promozionale.

Pop come lo spritz

Muta, s’è detto, l’approccio al consumo: il punto, per Teo Musso in veste di Presidente del Consorzio Birra Italiana è trasmettere ai giovani «le emozioni e i valori della birra» a cominciare dalla «naturalità» per il tramite di voci giovani, appunto. Essere «pop come lo spritz» è un traguardo possibile. Intanto il produttore piemontese deve il 14,8% dei suoi volumi in 52 Paesi all’analcolica, frutto di sette anni di R&D. Lo ha osservato durante la tavola rotonda nella seconda metà del meeting in veste di fondatore di Birrificio Baladin, quando invece il Brewery Manager di Amarcord Andrea Bagli ha segnalato le criticità del fare filiera e dell’innovare: ovvero che, in primo luogo, manca una soddisfacente fornitura nazionale di materie prime, e che, se il nuovo è senza alcol, allora si deve investire in impianti dedicati che a tutt’oggi impongono budget ingenti. Alla politica è richiesto perciò uno sforzo strategico su entrambi i fronti. Per le commodity Carlsberg Italia – all’evento con Serena Savoca, Marketing & Corporate Affairs Director – conta sulla partnership con Italian Hops Company e per lo storytelling sull’ascolto del pubblico al quale apre le porte dei suoi stabilimenti varesini coinvolgendo così i consumatori con la narrazione degli ingredienti oltre che del percorso storico del marchio. La formula porte aperte l’ha sposata anche Baladin che a Piozzo (Cuneo) organizza visite da tre ore ognuna e calcola circa 8.000 paganti l’anno. NoLo è «cultura del consumo responsabile» per Paolo Merlin, Public Affairs Manager di Heineken Italia: la multinazionale, dopo aver dato vita a 1.400 ricette a corredo della sua Moretti con 1.100 giovani chef, promuove dal 2022 la cultura del bere responsabile in collaborazione con gli istituti alberghieri.

C’è chi dice no

Sono tutti d’accordo sul dire che la birra è in primis passione e passione è fare quel che si ama fare. Tale è la ragione per cui il Birrificio Italiano di Giulio Marini, coi suoi 6.000 ettolitri annui, ha scelto di astenersi dalla gradazione zero. Seguita così a intercettare con soddisfazione «una certa fetta della clientela» e a pensare peraltro che per più motivi la birra senza alcol sia poco sostenibile. A proposito di sostenibilità, quella dei territori è parte dell’esperienza che un brand storico come Peroni intende veicolare, scommettendo con successo – parola di Massimo Fortunato, Sustainable Development manager – sul binomio incarnato dalla responsabilità e convivialità. A proposito di convivialità, proprio la segmentazione del mercato «per momenti conviviali» e non più «per consumatore-tipo» è la chiave di volta per affermarsi in una fase complicata secondo il Presidente di AFDB (Associazione formazione distributori bevande) Febo Leondini. Perché oggi «anche homing è horeca» e né le mitologiche piazze né i vecchi pub posseggono «l’esclusiva della socialità». Comprendere la domanda del nuovo millennio si può: servono tuttavia strumenti ad hoc e quindi l’analisi dei dati sintetici e le simulazioni, i modelli matematico-finanziari di Markowitz. Qualcosa che già è nel bagaglio di Beverage Network e perciò di Pietro Flaccadori – coordinatore generale – che altrimenti non potrebbe certo proporsi come «anello di raccordo fra la produzione e il mercato» né veicolare prodotti e cultura a 90.000 clienti in Italia o, come è necessario, «anticipare i tempi» e le tendenze.

A proposito di tendenze

Non solo si colgono o, appunto, si anticipano: le tendenze si creano. A contribuire all’ideazione può essere per certi versi la scienza: le prerogative funzionali dell’alimento-birra sono state infatti oggetto della relazione del ricercatore Luca Pretti di Porto Conte Ricerche. Oppure ci pensano fiere e festival quali Bolle di Malto (prossima edizione dal 2 al 13 settembre 2027) che fra musica e turismo ha attratto nel 2026 150.000 visitatori in cinque giorni, il 60% da altre regioni. Sostenibile e animato da 5.000 volontari (al Salone della birra le relazioni sono tenute da disabili) è l’esempio di come un boccale bevuto responsabilmente diventi anche mezzo di territory placement: ne ha argomentato l’ideatore e organizzatore Raffaele Abbattista. Poi ci sono gli appuntamenti dal Dna internazionale come Beer & Food Attraction che, rispetto al 2025, ha guadagnato un 51% di visitatori in più e mette al centro gli incontri fra buyer da tutto il mondo e produttori tricolori. È partner, lo ha spiegato l’Exhibition Manager di Italian Exhibition Group Carmen Zeolla, di Italian Trade Agency che a Filiera Birra ha presenziato con Brunella Saccone: afferisce all’ufficio Agroalimentare della Direzione centrale per l’export e considera l’incontro «una fucina di progetti» a fronte delle iniziative che è qui riuscita ad attivare quasi inaspettatamente negli anni passati. Agganciare il Made in Italy birrario al campo largo della ristorazione nazionale apprezzata nel mondo è strategico, secondo Saccone; lo è il presidio dei social amati dai millennial come TikTok o Instagram. Uno «stile italiano» esiste e ha guadagnato terreno nel Regno Unito, in Cina, in Francia e nei Paesi Bassi: tutto sta nel dargli ora un concept originale puntando magari sugli abbinamenti culinari, come con i vini.

Chi dice birra dice donna

Tornando al NoLo, per la prima ricercatrice di CREA Katya Carbone è significativo che delle 815 nuove birre presentate nel 2025 l’87,7% vanti un grado alcolico pari o inferiore al 4% e che la richiesta di no o low-alcohol sia passata in Italia dal 2,1 al 3,9% fra il 2024 e lo scorso anno. Quel che manca, della Filiera Birra, è – ahinoi – la filiera ed è inevitabile che latiti se i consumi di malto sono per più di due volte superiori alla coltivazione nazionale. E dal momento che solo 89 ettari di superficie siano coltivati a luppolo – per il 57% fra Emilia Romagna, Veneto e Umbria – e il 69% delle aziende ne gestisca mezzo. L’idea è valorizzare le specificità del luppolo italiano senza esigere che somigli a quello d’importazione; e al contempo puntare su un lievito home-made che non solo c’è ma, se messo opportunamente alla prova, dà risultati eccellenti. È anche questione di circolarità perché il luppolo può diventare fonte di polifenoli e antiossidanti utili ad altre filiere; la sostenibilità è in gioco anche nel trattamento delle acque. Sulla tematica s’è soffermata illustrando le tecnologie indirizzate all’industria e artigianato brassicolo Ksenia Dobryakova, Business Development & Sales Food&Beverage di Veolia. Cavallo di battaglia di Veolia, la soluzione di recupero delle risorse dalle acque reflue CaptuRO, basata sul processo di osmosi inversa.

Sempre più al femminile si declina il settore nella sua totalità. Grazie alla consigliera dell’Associazione Le Donne della birra Michela Cimatoribus si è vista la folta presenza di veterane che il loro posto di lavoro lo occupano da più di 15 anni in virtù di un’indiscussa competenza. Hanno studiato parecchio (per la maggior parte sono laureate o posseggono un titolo di master o dottorato) e nel 50% dei casi sono attive nei reparti produttivi: solo il 5% è nel marketing; il 18% alle vendite. Nella corsa all’innovazione parlare di mastre birraie è un passo avanti.

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