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Farine di carne. Le prospettive dopo la crisi BSE

Possibile la ripresa dell'impiego nell'alimentazione zootecnica.

Autori: Agostino Macrì
Fonte: rivista 'Alimenti&Bevande' n. 5/2011
Data: 17/05/2011


La comparsa dell'Encefalopatia Spongiforme Bovina (BSE) nel Regno Unito, che risale al 1986, è dipesa dall'introduzione nella razione alimentare giornaliera dei bovini (che si aggira intorno ai 20 kg di foraggi e mangimi) di circa 300 grammi di farina di carne proveniente dalle carcasse di animali infetti.
In concomitanza con la rilevazione dei primi casi della malattia negli animali, in Italia, come in altri Paesi, vennero prese delle rigorose misure di prevenzione sia per la tutela della salute umana che per quella degli animali.
Per garantire la massima sicurezza ai consumatori si decise di escludere dall'alimentazione umana i tessuti animali a rischio ed in particolare il tessuto nervoso, la milza e l'intestino. Fu il momento in cui fu bandita la bistecca "fiorentina" per la presenza di gangli nervosi nell'osso. Inoltre venne attivato un sistema di controllo per tutti i bovini macellati che per la loro età potevano aver contratto la malattia.
Per evitare la diffusione della malattia tra gli animali venne deciso di proibire l'impiego delle farine animali in tutti i mangimi destinati ad animali da allevamento e non soltanto ai bovini.
Si è trattato di una decisione di grande importanza anche se, oltre ai ruminanti, non sembra che gli altri animali di interesse zootecnico siano suscettibili di contrarre la BSE.
Al momento attuale la malattia nei bovini è sotto controllo ed è improbabile che animali ammalati di BSE vengano macellati per essere utilizzati ai fini alimentari umani.
Conseguenza di questa situazione è che le farine che si ottengono dagli scarti di macellazione sono esenti da prioni patogeni.
Sulla base dei dati disponibili è ragionevole una ripresa dell'utilizzazione delle farine animali nella formulazione dei mangimi per animali da reddito zootecnico, nel rispetto di alcune precauzioni.



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